Secondo gli insegnamenti di Kenneth Wapnick

D 890 Come facciamo a sapere quali insegnanti hanno davvero ottenuto l’illuminazione?

 

D # 890: Oltre ai validi cambiamenti di percezione che la pratica di Un corso in miracoli fornisce, ci sono degli studenti del Corso che hanno avuto un qualche grado di esperienza di illuminazione? Gli insegnanti del Corso parlano prevalentemente dalla prospettiva della credenza e della comprensione concettuale (in opposizione all’esperienza diretta della non dualità)? Considerata l’enfasi Zen sull’insegnante umano (che ha fatto esperienza di un qualche grado di illuminazione) per assicurarsi che lo studente non confonda il progresso con le pietre miliari dell’ego, come viene evitato questo nel Corso? 

 

R: Non sappiamo se un qualche studente o insegnante del Corso abbia avuto esperienze dirette di non-dualità. Non ci sarebbe alcun bisogno di annunciare, in realtà, che qualcuno abbia avuto una simile esperienza, e avere quell’esperienza non è l’obiettivo immediato delle lezioni di Un corso in miracoli (Vedi T.8.I.1,2; T.24.in; M.26.2,3). C’è solo una qualificazione che Gesù ci dà per diventare un insegnante di Dio. Nella sua in qualche modo sorprendente definizione, egli afferma: “Un insegnante di Dio è chiunque scelga di esserlo. I suoi requisiti consistono unicamente in questo: in qualche modo, da qualche parte, egli ha fatto una scelta deliberata in cui non ha visto i propri interessi separati da quelli di qualcun altro” (M.1.1:1,2). Questa è la sola qualificazione, che di fatto è uno dei temi principali che ricorrono nell’intero Corso. Imparare a percepirsi reciprocamente e a relazionarsi l’un l’altro nel contesto dello scopo comune che tutti condividiamo come unico Figlio di Dio – ora frammentato, ma desideroso di tornare a casa alla nostra unicità in Dio – è il mezzo per accostarci alla non dualità della realtà. La percezione che tutti condividiamo la stessa mente – mente sbagliata, mente corretta, e potere decisionale –riflette la non dualità ontologica e ultima della realtà.

Siamo sia attratti dalla verità che terrorizzati da essa; attratti all’unione e terrorizzati di essere senza la nostra identità individuale. Credendo di essere individui, esseri umani separati, dovremmo essere terrorizzati dalla pura Unicità, e se non lo fossimo non avremmo bisogno del Corso o di qualsiasi altro percorso spirituale. Pertanto l’Unicità astratta deve essere rappresentata ed insegnata in una forma che siamo in grado di comprendere ed accettare. Abbiamo bisogno di insegnanti che possano comunicare con noi al nostro livello, riconoscendo la nostra tremenda paura e resistenza nel lasciar andare il nostro sé individuale. Essi devono usare il linguaggio ed i simboli del mondo della separazione e dell’individualità per condurci gentilmente e gradualmente al di là di essa (vedi T.25.I.5,6,7; L.pI.184.9,10,11). Una forma con cui questo bisogno viene soddisfatto è Gesù e questo corso.

L’insegnamento in Un corso in miracoli è inteso in una luce totalmente diversa da quello che il mondo di solito pensa che sia l’insegnamento. Nel manuale per insegnanti Gesù ci dice che il suo corso “sottolinea che insegnare è imparare cosicché insegnante e studente sono la stessa cosa”; e continua con questa importante descrizione dell’insegnamento: “Insegnare è dimostrare. Ci sono solo due sistemi di pensiero, e tu dimostri in ogni momento di credere che sia vero l'uno o l'altro. Gli altri imparano dalla tua dimostrazione, e anche tu” (M.in1:5; 2:1,2,3). Il Corso non afferma virtualmente nulla in relazione alla situazione formale, del tipo “aula scolastica”, ma parla moltissimo del contenuto che viene insegnato e di come viene insegnato: “… il contenuto del corso non cambia mai. Il suo tema centrale è sempre: ‘Il Figlio di Dio è senza colpa, e nella sua innocenza sta la sua salvezza’. Può essere insegnato con azioni o pensieri, con le parole o in silenzio, in qualsiasi lingua o in nessuna lingua, in qualsiasi luogo, momento o modo” (M.1.3:4,5,6). Uno studente, quindi, non deve essere in una classe formale per imparare questo corso. Gesù sottolinea solo il bisogno di sviluppare una relazione con l’Insegnante interiore all’interno delle nostre menti, Che riflette per noi la verità astratta del Cielo.

In vista di tutto questo, se sei in un’aula scolastica di Un corso in miracoli imparerai o che la separazione è realtà o che l’unicità è realtà; che gli interessi separati hanno valore o che gli interessi condivisi sono l’unico valore. Ecco cosa sarà comunicato, indipendentemente dalle parole, dai sussidi didattici e dalle tecniche usate. E indipendentemente da quanto l’istruttore/facilitatore sia esperto del sistema di pensiero del Corso. Nel testo Gesù parla di “Giusto insegnamento e giusto apprendimento” (T.4.I), e lì ci mette in guardia  dall’insegnante “orientato secondo l’ego” che “è preoccupato dell’effetto del suo ego sugli altri ego, e quindi interpreta la loro interazione come un mezzo per preservare l’ego. Se credessi ciò, non sarei capace di dedicarmi all’insegnamento, e tu non sarai un insegnante devoto finché lo crederai” (T.4.I.4,5,6). Questa è una linea guida utile che ci avverte dei modi in cui la specialezza può insinuarsi nella situazione di insegnamento/apprendimento. Ma è solo dopo una considerevole pratica di monitoraggio della mente e di osservazione delle nostre reazioni nelle nostre vite quotidiane che saremo in grado di discernere il messaggio che stiamo dando e ricevendo. Ecco perché Gesù nel testo ci mette in guardia dal metterci a capo del nostro processo spirituale: “Alcuni dei tuoi più grandi avanzamenti li hai giudicati come fallimenti e alcuni dei tuoi arretramenti più profondi li hai valutati come successi” (T.18.V.1:6). Questo non significa, tuttavia, che abbiamo bisogno di rivolgerci ad un insegnante esterno a causa delle nostre deficienze, sebbene non sia sbagliato farlo. Il processo è primariamente un processo interno tra noi e lo Spirito Santo, Che mantiene per noi il ricordo della verità del Cielo.