Il centro quieto

 

Il Centro Quieto: Un’intervista con Ken Wapnick di Susan Dugan

 

Durante una recente visita alla Foundation for A Course in Miracles a Temecula, in California per frequentare un seminario con un’amica, Deb Shelly, anche lei studente del Corso, ho intervistato il principale studente del Corso Ken Wapnick, PhD, in merito al suo viaggio con il Corso. 

Volevo sapere come Ken percepisse il suo ruolo nel comunicare il messaggio unico del Corso, come vedesse il risveglio, come evitasse la specialezza, come gestisse la celebrità e come il suo modo di applicare il perdono si sia evoluto rispetto ai primi tempi assieme a Helen e Bill. Le sue risposte potrebbero sorprendervi tanto quanto hanno sorpreso noi. 

 

Non sono mai stata vicino ad un essere illuminato – a parte mia figlia adolescente J  – ma devo dire che stare seduta alla presenza di Ken assieme a Deb sembrava fosse una guarigione per entrambe, con modalità che troveremmo difficile descrivere. Egli ti offre il dono della sua completa e incondizionata attenzione e sembra ascoltare più attentamente e profondamente rispetto alle centinaia di persone che ho intervistato nel corso degli anni. Le sue risposte risuonavano di verità e mi hanno condotto alla decisione di pubblicarle nella loro interezza (con l’eccezione di un editing marginale e di una ristrutturazione per motivi di scorrevolezza) piuttosto che inserire citazioni troncate nella narrazione, come faccio di solito. 

NOTA: Psicologo Clinico, Insegnante e Scrittore Kenneth Wapnick, PhD, studia Un Corso in Miracoli dal 1973, e ha lavorato a stretto contatto con la Scriba del Corso Helen Schucman e con il suo Collaboratore Bill Thetford nella preparazione del manoscritto definitivo. Assieme a sua moglie, Gloria, è il presidente e cofondatore della Foundation for A Course in Miracles (http://facim.org) a Temecula, California

Come riesci ad evitare di rendere speciale il tuo ruolo di insegnante del Corso? 

Si tratta della differenza tra forma e contenuto. Una frase che amo sempre citare è quella in cui Gesù dice: “Non insegnare che sono morto invano. Insegna piuttosto che non sono morto, dimostrando che vivo in te”. Insegnare è dimostrare, e ciò su cui ti devi focalizzare è rendere te stessa il più possibile libera dall’ego e a quel punto qualsiasi cosa farai sarà gioiosa: qualsiasi cosa: insegnare il Corso, fare il genitore, lavare i piatti, scrivere un saggio, fare una passeggiata. Non fa alcuna differenza. 

Ecco come si prendono le distanze dalla specialezza della forma. Perché è davvero seducente, sai? Pensare che quello che sto facendo sia importante perché insegno Un Corso in Miracoli. Beh, perché dovrebbe essere diverso dal costruire un hotel o dal crescere dei figli o da qualsiasi altra cosa? Quindi quando ti allontani dalla forma, il contenuto sarà sempre lo stesso. 

C’è quell’adorabile frase nel Corso riguardo il centro quieto. E sebbene non venga utilizzata l’immagine, è implicito che se si pensa al perno di una ruota, c’è un centro quieto in cui vivi e i raggi che partono da esso sono i tuoi vari ruoli: moglie, insegnante, madre, ecc. I raggi non sono importanti. L’importante è rimanere in quel centro quieto e lasciare che l’amore che si trova lì si estenda a qualsiasi cosa tu faccia: sia che insegni il Corso o che giochi con i tuoi nipoti. In un certo senso dovrebbe essere tutto la stessa cosa e nella misura in cui ti rendi conto che per te non è la stessa cosa, allora devi riconoscere che c’è ancora del lavoro da fare. Ecco il punto dove entra in gioco il processo. 

E’ davvero ( di ) una trappola essere indotti dalla forma a pensare che la forma sia qualcosa. Il messaggio di Gesù si insegna vivendolo, non predicandolo. Ho detto spesso che si potrebbe condurre un seminario meraviglioso semplicemente leggendo la rubrica telefonica, se la leggi con amore e quell’amore si infonde in ogni nome che leggi: allora lo insegni. Non importa che tu conosca alla perfezione la teologia o le dinamiche dell’ego. Chiunque può impararle o memorizzarle. Ma non è così che le insegni. Non è così che le persone apprendono. 

Quindi tutto sta nell’utilizzare le cose che sembrano venire a galla nella propria vita e perdonare te stesso quando ti scopri a renderla speciale? 

Sì. Se ripensi agli anni delle scuole elementari ciò che ricorderai non sarà ciò che ti è stato insegnato dai maestri. Ricorderai quei maestri che sono stati cattivi e quelli che sono stati amorevoli; non ricorderai come ti hanno insegnato a leggere, a scrivere e a far di conto. Gli insegnanti che risalteranno, anni più tardi, nella tua mente, saranno quelli che sono stati gentili o crudeli. Questo è il significato di essere un insegnante – quello che dimostri – sia che tu insegni ad un bambino l’educazione o a far di conto. L’altra frase del testo che cito frequentemente riguardo il nuovo anno è: “Fa’ che quest’anno sia differente rendendolo tutto uguale.” Tutto è uguale, la stessa cosa. 

Ci sono un sacco di persone che vogliono un sacco di cose da te in ogni momento. Come affronti questa cosa? 

Di nuovo, sta davvero nel portare la tua attenzione solo su quel centro quieto e a non identificarti con i raggi. Sia che qualcuno dica che è stata una lezione fantastica o che qualcuno dica che è stata terribile o noiosa o che qualcuno faccia in continuazione la stessa domanda. 

Mi viene chiesto spesso come io riesca a sopportare di insegnare sempre le medesime cose. Le persone ascoltano le registrazioni che ho fatto 25 anni fa e sostanzialmente contengono le stesse cose. E spesso faccio una battuta: riesco a dire in continuazione la stessa cosa perché non mi ascolto. Ma in realtà è perché è come se le dicessi sempre per la prima volta. Quindi se qualcuno fa una “richiesta” la persona mi sta sempre parlando per la prima volta. Altrimenti non potrei fare quello che faccio. È sempre tutto per la prima volta. 

E ovviamente non prendi a livello personale quello che la gente ti dice. Lo si impara facendo il dottorato in psicoterapia in quanto i pazienti proiettano costantemente: o ti amano o ti odiano. In ogni caso non ha nulla a che fare con te.  Quando diventi un personaggio pubblico, il trucco sta tutto nel restare in quel centro quieto. Voglio aiutare le persone ad essere più felici, più in pace e più gentili, ma non è così che definisci te stesso. Definisci te stesso attraverso quel centro quieto e poi, qualunque cosa la gente faccia o non faccia, cerchi semplicemente di essere presente. 

Ho letto che nei primi tempi del Corso tu, Helen, Bill e altri richiedevate indicazioni specifiche a Gesù o allo Spirito Santo su come, ad esempio, portare il Corso nel mondo. Come è cambiata, nel tempo, la tua esperienza in merito al chiedere aiuto a Gesù o allo Spirito Santo? 

Beh, ad essere onesto Helen e Bill erano alquanto soliti chiedere un aiuto molto specifico: a quale angolo di strada mettersi per trovare un taxi, impresa non facile a New York City. Ed erano molto, molto bravi a trovare taxi all’ora di punta, persino quando pioveva. Io non mi sono mai sentito a mio agio in questo. Potevo farlo e lo facevo, ma non mi è mai sembrato molto lecito. E come mi avrete sentito già dire: Il Canto della Preghiera è nato proprio da questo. Quindi penso che ciò che si è evoluto non è stata tanto la mia comprensione, ma il modo in cui ne parlo. Non si è mai trattato di qualcosa che facevo prima di incontrare Helen e Bill e sembrava semplicemente un modo per circoscrivere quella presenza interiore. 

In quel messaggio che cito molto, Gesù diceva a Helen: ‘Stai cercando di rendere il mio amore più gestibile.’ Era per Helen un modo per gestire Gesù. In passato dicevo spesso che invece di preoccuparsi in merito a quale voce stai ascoltando e a cosa la voce dovrebbe dirti, perché invece non chiedi di poter sentire cosa dovresti fare per eliminare i blocchi in modo da poter sentire meglio la voce? Quindi non è che di per sé non vada bene o non sia di aiuto chiedere cose specifiche, ma a lungo termine non è dove devi andare. Questo ti aiuterà semplicemente a vivere meglio nel mondo. So che Helen sapeva fare di meglio e Helen fece di meglio: era solo parte del suo modo di fare. 

Agli inizi hai avuto una confusione di livello oppure tutto ha sempre avuto un senso? 

Penso che tutto abbia avuto un senso fin dall’inizio. Ricordo che Helen una volta chiese a Gesù perché io non avessi problemi con tutto questo e la sua risposta fu che era perché non ce n’era il tempo. E in effetti non ce n’era. Non avrei potuto, né potrei adesso fare tutto quello che faccio. Non è mai stato un problema. 

In che modo la pratica della forma unica di perdono del Corso ha cambiato la tua vita e le tue relazioni? 

Onestamente non credo le abbia cambiate. Non sono mai stato realmente una persona arrabbiata. Non credo sia realmente cambiato nulla. Ciò che il Corso ha fatto è stato darmi un contesto specifico per ciò di cui stavo (già) facendo esperienza, ma non ha costituito un problema per me. Non che io non commettessi errori, ma non covavo rancori e non ero arrabbiato, nemmeno da bambino. Ho avuto alcune esperienze con i miei genitori che mi hanno contrariato, sai, tipico dell’adolescenza. Ma la cosa non è mai sfociata in nulla. Non sono mai stato il tipo che tenesse al disaccordo, non mi importava. 

Hai fatto esperienza di qualche disfacimento? Senti di essere venuto in questo mondo in uno stato mentale guarito? 

Ho avuto difficoltà, ho avuto problemi. Guardo indietro nella mia vita e vedo una differenza. Ma dal momento in cui ho visto il Corso per la prima volta e l’ho letto, era come se lo leggessi dall’interno. E sebbene certamente non avrei detto le cose nel modo in cui le dice il Corso, quando le lessi compresi che erano vere. 

Non ho la sensazione del processo (con Un Corso in Miracoli). Penso che per me il processo sia avvenuto in precedenza. Il mio più grande insegnante spirituale è stato Beethoven. Ho iniziato ad ascoltare la sua musica alle superiori ed è stata la mia maestra. Per un certo periodo di tempo ho sentito che c’era qualcosa nella sua musica all’interno della quale stavo crescendo. Mi era molto chiaro fin dalle superiori, poi all’università, nel corso del dottorato di ricerca e oltre. Ciò che per me era più importante di qualsiasi altra cosa nella mia vita — la mia istruzione, il mio lavoro, il mio primo matrimonio — era avvicinarmi sempre più a ciò che sentivo essere il vero cuore della sua musica. Era molto chiaro che si trattava di un processo di ascolto continuativo della sua musica e di ascolto del suo processo

L’ego se n’è andato proprio alla fine della sua vita; non si potrebbe capirlo dalla sua vita, ma lo si può sentire specialmente negli ultimi quartetti. Quindi a quel punto ho visto la mia intera vita come un processo di crescita dentro quella musica fino a sentirmi un tutt’uno con essa. Quando la ascoltai per la prima volta alle superiori sapevo di non esserci ancora arrivato e quindi quello era il viaggio. Quindi nel momento in cui vidi il Corso per la prima volta quella parte del viaggio era completata. Dopodiché fu solo una sorta di cristallizzazione di tutto ciò che sapevo essere vero. 

Come ci si sente ad essere fondamentalmente in pace in ogni momento? 

Molto bene. 

È difficile relazionarsi con i problemi degli altri? 

No, per niente. Il primo lavoro professionale che ho fatto e che mi è piaciuto di più, fu quello di lavorare, all’interno del sistema scolastico, con i bambini disturbati. Mi piaceva molto lavorare con le persone psicotiche. Potevo entrare nel loro sistema di pensiero. Era come entrare nella loro acqua, ma comunque con un piede sulla terra ferma. Riuscivo sempre a relazionarmi con loro. Potevo ascoltare, comprendere e potevo aiutarli ad attraversare la situazione e ad uscirne. 

Ti rende effettivamente molto più empatico e compassionevole perché non ci sono bisogni imposti. E un’altra cosa molto bella – in quanto io sono molto, molto occupato – è che col tempo ti aiuta a diventare molto, molto efficiente perché non c’è nulla che interferisca. Nessun conflitto. Se c’è una pila di carte sul mio tavolo, se ci sono chiamate da fare, semplicemente faccio ciò che c’è da fare. Spesso accade tutto insieme. Ti rende la vita più facile. Riesci a fare molto di più. E ti permette di essere più compassionevole perché puoi davvero sentire il dolore delle persone e in qualche modo toccarlo e cercare di aiutare senza che qualcosa interferisca. 

Il Corso per me è ancora abbastanza nuovo e ho appena cominciato ad insegnarlo. Mi sento molto gioiosa e presente quando scrivo, insegno o semplicemente passo molto tempo con questo materiale. Poi qualcosa sembra semplicemente sbucare dal nulla e mi sento non amata e non amorevole. La mia autostima crolla e mi sento un disastro. Puoi raccontarmi cosa succede durante questi contraccolpi dell’ego? 

Penso sia un esempio di un’esperienza talmente comune, che quasi tutti la vivono, indipendentemente dal loro cammino spirituale e così, man mano che diventi sempre più seria in merito al lasciar andare il tuo ego, la parte di te che si identifica con l’ego è terrorizzata. Gesù dice: ‘quando prendi la mia mano lungo il viaggio, l’ego organizza delle rappresaglie’. Nello stesso passaggio dice ‘io sono oltre l’ego e quindi quando prendi la mia mano vai al di là dell’ego’. Così una parte di te crede ancora di essere Susan e tutte le cose che costituiscono Susan, sebbene tutte non siano piacevoli, ti fanno sentire a tuo agio. Per questo diventa terrificante ed è lì che l’amore si trasforma in odio e la pace in paura e cominci ad attaccare te stessa e ad attaccare gli altri. 

È molto importante capire questo e, man mano che lavori con questo materiale, avere un salutare rispetto per l’ego, che significa avere un salutare rispetto per la tua identificazione con l’ego. Perché se non ce l’hai, avrai spiacevoli sorprese. Sono qui ad insegnare e a scrivere e mi sento così gentile ed amorevole e BAM: ricevo un colpo alla nuca. E dopo un po’ non dovrebbe più sorprendere. Quando accade dici semplicemente oh, ecco cosa è successo, l’ego fa così. 

Sai, è solo un libro. I libri sono innocui: non sono nulla. È quando lo prendi sul serio che hai un problema. Non devi scacciare il tuo ego. Lo devi rispettare, ma non devi dargli un potere che non ha. 

Alcuni insegnanti di Un Corso in Miracoli si definiscono dei risvegliati. C’è un pericolo intrinseco in questo? 

Credo che di norma chi è realmente risvegliato non ne parli. Sono un po’ sospettoso delle persone che dicono di essere dei risvegliati. Voglio dire: perché dovresti fare una tale affermazione?  Dovresti semplicemente lasciare che sia la tua vita a parlare per te. Non penso che Gesù abbia mai detto di essere illuminato. Questo non vuol dire però che qualcuno che dica di esserlo non sia illuminato, ma come regola di base, penso che tenderei a non parlarne. 

Focalizzandoci sull’essere risvegliati, potremmo perdere di vista il processo. Quando le persone fanno questa affermazione, essa tende piuttosto ad indurre alla specialezza e ad alimentare la separazione. In realtà fai semplicemente quello che fai e dietro quanto stai facendo c’è quella consapevolezza che afferma che siamo tutti la stessa cosa. Dobbiamo focalizzarci sul processo, altrimenti si saltano dei passaggi. 

Cosa diresti agli studenti/insegnanti del Corso che credono di poter fare esperienza della pace mentale (nel senso di ritorno diretto a Dio/unità) senza praticare il perdono del Corso nelle proprie relazioni? 

Quando si legge il Corso, è evidente che si tratti di un processo di duro lavoro e che si debba continuare a praticare, praticare, praticare. Sarei molto sospettoso nei confronti delle persone che affermano di essere illuminate e delle persone che affermano di riuscire ad andare direttamente nella propria mente corretta. Direi che il 99,999% delle volte si tratti di negazione. Non che non possa accadere di tanto in tanto, ma non puoi farlo a meno che tu sia senza ego, e se sei senza ego non hai bisogno del perdono. Il Corso chiarisce che è una pratica e un processo. Siamo in un mondo di tempo. Sono diffidente nei confronti delle persone che dicono che non serva affrontare l’ego, perché se affermi questo lo hai già reso reale dicendo che non lo affronterai. 

Durante i seminari le persone spesso ti fanno domande riguardo le loro relazioni e i problemi delle loro vite personali. Sembra che il Corso ci stia portando a porre tali domande al nostro amorevole ingegnante interiore. C’è un pericolo che gli studenti possano diventare dipendenti dalla forma esterna per avere risposte: dipendenti da te? 

Ovviamente è un pericolo. Penso che ciò che lo rende giusto è che io non lo incoraggi e non mi ci identifichi, ma penso che nelle fasi iniziali sia di aiuto in una certa misura, proprio come un bambino debba iniziare col dipendere dai suoi genitori. Un bambino non crescerà né imparerà se non dipendendo dai propri genitori. Ma ad un certo punto i genitori lasciano andare il bambino ed è un problema se non lo fanno. E sono sicuramente consapevole di tutto questo, avendo fatto terapia per molti anni. 

Le persone proietteranno facilmente su di me sia il bene che il male, ma io non incoraggio la dipendenza di nessuno. Certamente dirò ad alcune persone che se posso essere di aiuto perché non chiedermelo? C’è una frase nel Corso che dice che in effetti il compito di qualsiasi insegnante è di rendersi  superflui. Non è auspicale che le persone siano dipendenti da te nel momento in cui sono in grado di stare in piedi da sole. È un pericolo, ma non penso sia un problema. 

Devi porre dei limiti con i tuoi studenti? Se sì: quando e come? 

Non c’è una regola fissa su cosa sia giusto o sbagliato. Ci sono momenti in cui devi davvero mettere limiti stretti e momenti in cui devi dare spazio alle persone. Con alcune persone, porre un limite non sarebbe d’aiuto. Altre persone le fermo. Sei tu che devi sentire quando è amorevole o quando non è amorevole. Essere fermi talvolta è la cosa più amorevole che si possa fare, altre volte non lo è. La stessa cosa vale per i bambini. Talvolta passi sopra a quello che un bambino fa, altre volte devi invece essere molto chiaro. È difficile saperlo se non lo senti dall’interno. Ma se inizi a sentirti infastidita allora dovresti porre dei limiti perché altrimenti avrai a che fare con un senso di sacrificio e questo non è di aiuto. Se non sei in grado di dare liberamente, allora non dare. 

Quindi in generale il tuo consiglio per coloro tra di noi che iniziano ad insegnare é semplicemente di essere il più possibile una presenza gentile ed amorevole e cercare di lasciare da parte l’ego così da riuscire a sentire ciò che è più utile per le persone? 

Sì. C’è un problema anche nell’eccesso di umiltà. Se hai la capacità di aiutare le persone e non la metti in pratica: non è di aiuto. Se possiedi informazioni o esperienza o c’è qualcosa in te come persona che potrebbe essere di aiuto, il trattenerlo e dire sono in realtà proprio come te, sebbene sia vero al livello del contenuto, non è vero al livello della forma. Quindi trattenere la capacità di aiutare le persone sarebbe sciocco e scortese. 

Il punto sta, come dicevamo prima, nel non identificarsi con la situazione. Questa è la chiave. Non identificarsi con quello che fai o con quello che le persone dicono di te, ti identifichi con l’amore che senti in quel centro quieto. È lì che devi sempre rimanere e lasciare che i raggi si estendano da quel punto.