Secondo gli insegnamenti di Kenneth Wapnick

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Da alcune settimane stiamo esaminando quelle prime lezioni, nel libro degli esercizi, che ci insegnano a fare esperienza pratica dell’estensione, argomento che sto trattando dallo spunto 383 (per rileggere gli spunti relativi cliccare qui). Abbiamo visto che in tali lezioni la pratica dell’estensione viene definita “avvolgimento” e “benedizione”. Il primo termine descrive felicemente la componente inclusiva dell’estensione, in contrapposizione alla componente esclusiva, propria della proiezione egoica. Il secondo termine evoca quel senso di armonia interiore che ci porta a “dire bene”, a “volere il bene” degli altri, invece che volere il loro male, dirne male, come l’ego ci spinge continuamente a fare inducendoci alla proiezione di colpa. Queste lezioni sono la logica conseguenza della lezione 35, che ci propone una diversa visione di noi stessi e degli altri basata sulla percezione della comune, inerente santità. Una visione che non è possibile quando siamo nella mente sbagliata, dominata dall’ego, ma cui si può accedere attraverso la pratica del perdono, che ci insegna a divenire osservatori dell’ego dentro la nostra mente (con il primo passo) e a essere disponibili a metterlo in discussione chiedendo l’aiuto dello Spirito Santo (con il secondo passo).
In altri termini l’estensione della santità, che non è opera nostra ma dello Spirito Santo in noi, consegue a quella che invece è e deve essere opera nostra: la ferma determinazione alla santità, ossia a mettere in discussione la presenza dell’ego dentro la nostra mente.

L’istante santo è il risultato della tua determinazione ad essere santo. E’ la risposta. Il desiderio e la disponibilità a farlo arrivare precedono la sua venuta. Prepari la tua mente per esso soltanto fino al punto di riconoscere che lo vuoi sopra ogni altra cosa. Non è necessario che tu faccia di più, invero è necessario che tu ti renda conto che non puoi fare di più.
(T-18.IV.1:1-5)

La lezione 38 aggiunge un aspetto molto incoraggiante alle considerazioni delle lezioni precedenti, un aspetto che viene annunciato dal titolo stesso: Non c’è nulla che la mia santità non possa fare.
Questa affermazione è la diretta conseguenza del primo – e più fondamentale - principio presentato all’inizio del testo: Non c’è ordine di difficoltà nei miracoli. Uno non è “più difficile” o “più grande” di un altro. Sono tutti uguali. Tutte le espressioni d’amore sono massimali. (T.1.I.1). Si tratta del principio che capovolge la prima legge del caos, ossia dell’ego, secondo la quale c’è una gerarchia di illusioni (T-23.II.2:5) L’ego, in altri termini, induce nella nostra mente l’illusione che esistano delle gerarchie di valori e il mondo sembra proprio dimostrarlo alla lettera. Ma il Corso ci ripete in più punti che i sensi del corpo non ci mostrano una realtà ma un sistema di allucinazioni. La visione - ossia la percezione che estende la santità della mente corretta - ci offe un quadro totalmente diverso, preannunciato appunto nel primo principio dei miracoli. Ecco perché l’estensione della santità prescinde da qualsiasi gerarchia, e - ritornando alla lezione 38 - non c’è nulla che la nostra santità non possa fare. A volte potrebbe sembrarci impossibile modificare la percezione di un evento particolarmente doloroso, di un problema che ci impaurisce, di una persona fastidiosa. Ma questa lezione dice che non è così. La tua santità, quindi, può eliminare ogni dolore, può porre fine a tutte le sofferenze e può risolvere tutti i problemi. Può farlo in relazione a te stesso e a chiunque altro. (L-pI.38.2:4-5)
E a dire la verità non riusciremmo certamente a farlo se ci affidassimo alle nostre sole forze, partendo dal presupposto di potercela fare da soli. Ma il perdono proposto dal Corso ci insegna che l’estensione non è opera nostra. Noi dobbiamo soltanto preparare il terreno perché essa possa avvenire, scegliendo liberamente, con i due passi del perdono, di mettere in discussione l’ego e di accettare al suo posto la Presenza dello Spirito Santo dentro la nostra mente. A questo punto entreremo in contatto con l’esperienza della santità - l’innocenza, la pace, la comunione, l’amore - che sono parte inscindibile della mente corretta e assisteremo con stupore alla meravigliosa estensione della santità dalla nostra mente a tutto e a tutti. Costateremo proprio quanto dice il titolo della lezione 38: non c’è nulla che la mia santità non possa fare. E capiremo finalmente che cosa intende la lezione 23 quando dice che le nostre immagini sono già state sostituite.

L’idea di oggi introduce il pensiero che tu non sei intrappolato nel mondo che vedi, perché se ne può cambiare la causa. Questo cambiamento richiede che la causa venga prima identificata e poi lasciata andare, in modo che possa essere sostituita. I primi due passi di questo procedimento richiedono la tua collaborazione. Quello finale no. le tue immagini sono già state sostituite. Facendo i primi due passi vedrai che è così.
(L-pI.23.5)

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Negli spunti degli ultimi mesi abbiamo visto più e più volte come la legge della mente (il suo inderogabile protendersi all’esterno) appaia in due forme diverse, anzi diametralmente opposte: come proiezione, quando viene guidata dall’ego, e come estensione, quando viene invece guidata dallo Spirito Santo. (per rileggere gli spunti, cliccare qui) Per dirla in altri termini l’ego e lo Spirito Santo usano la mente con fini e risultati diametralmente opposti, perché l’uso dell’ego porta ad escludere gli altri, e quindi ad allontanarci da loro con la sgradevole conseguenza di sperimentare isolamento e solitudine, dipendenza ed oppressione, mentre l’uso dello Spirito Santo porta ad includere gli altri, con il lieto effetto di sperimentare armonia, unione, comunione e libertà. All’inizio di una splendida sezione che si trova nel capitolo 19 del Testo, Gli Ostacoli alla pace, il Corso parla proprio del processo dell’estensione, precisando che l’ego cercherà di intrufolarsi, ostacolandolo. E aggiungendo che purtroppo noi gli daremo spesso retta.

Quando la pace si estenderà dal profondo di te stesso per abbracciare tutta la Figliolanza ed offrirle riposo, incontrerà molti ostacoli. Cercherai di imporre alcuni di essi. Altri potranno sembrare emergere da altre fonti: dai tuoi fratelli e da vari aspetti del mondo esterno.
(T.19.IV.1:1-3)

In sostanza cadremo in una delle tante trappole che l’ego ci tende, e proveremo ad allontanare da noi proprio quello stato di pace che avevamo così faticosamente conseguito. E come se non bastasse non sempre ci assumeremo la responsabilità di questo errore. Solo qualche volta riconosceremo che parte da noi. Altre volte lo proietteremo sui nostri fratelli o su altri aspetti del mondo esterno, ritenendoli responsabili della nostra perdita di pace.
Cosa significa tutto questo? Significa che quando mettiamo in atto con successo i tre passi del perdono così come ci insegna il Corso, sarà inevitabile l’estensione della pace al mondo. Dato che si tratta di un’ineludibile legge della mente, una volta che abbiamo scelto il perdono e siamo entrati in uno stato di pace, questa pace si estende automaticamente portandoci a percepire in modo corretto il mondo esterno, qualunque cosa stia avvenendo in quel momento. Riconosceremo allora la nostra unione profonda con gli altri, perché faremo esperienza di quegli interessi che tutti condividiamo, il nostro profondo bisogno di amore e di guarigione, ed il desiderio ancor più profondo di tornare da nostro Padre. Vedremo questa comunanza di interessi sia in noi che negli altri. Ci sentiremo parte di un tutto più vasto. Sarà un po’ come uscire dai nostri limiti ristretti.
A questo punto l’ego tenterà di intrufolarsi e “rimetterci in riga”, ventilando che quest’unione profonda con Dio e con gli altri ci sta facendo perdere la nostra individualità e tutti i “vantaggi” che la separazione e la specialezza ci avevano garantito. E noi saremo tentati di dargli retta.
Ma il tentativo dell’ego, a cui la parte malata di noi vorrebbe aderire stoltamente, non può nulla contro il nostro libero arbitrio, in grado di scegliere nuovamente la pace in qualsiasi momento e in assoluta libertà, mediante una rapida richiesta d’aiuto rivolta allo Spirito Santo. E se lo faremo, sperimenteremo l’estensione della pace, che ci permette di vedere in una nuova luce il mondo che ci circonda.

Tuttavia la pace li coprirà dolcemente, estendendosi oltre essi, totalmente libera. La pace che Egli [lo Spirito Santo] ha posto profondamente dentro di te e tuo fratello, si estenderà quietamente ad ogni aspetto della tua vita, circondando te e tuo fratello di una felicità luminosa e della calma consapevolezza di essere completamente protetti.
(T.19.IV.1:4,6)

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Quando la pace si estenderà dal profondo di te stesso per abbracciare tutta la Figliolanza ed offrirle riposo, incontrerà molti ostacoli. Cercherai di imporre alcuni di essi. Altri potranno sembrare emergere da altre fonti: dai tuoi fratelli e da vari aspetti del mondo esterno. Tuttavia la pace li coprirà dolcemente, estendendosi oltre essi, totalmente libera… La pace che Egli [lo Spirito Santo]ha posto profondamente dentro di te e tuo fratello, si estenderà quietamente ad ogni aspetto della tua vita, circondando te e tuo fratello di una felicità luminosa e della calma consapevolezza di essere completamente protetti.
(T-19.IV.1:1-4,6)

Nello spunto della scorsa settimana (per rileggerlo cliccare qui) abbiamo letto alcune frasi di una meravigliosa e profonda sezione che si trova nel capitolo 19 del Testo, Gli ostacoli alla pace. In esse il Corso parla dell’estensione, quella legge della mente che funziona al di là delle nostre intenzioni e che viene messa in atto ogni qualvolta scegliamo di entrare in contatto con la santità, ossia con quelle esperienze di pace, amore, unione, condivisione, gioia e libertà che caratterizzano la mente corretta, proprio come la rabbia, l’angoscia, il dolore e la colpa caratterizzano la mente sbagliata.
Il punto non è se estendere o non estendere, perché l’estensione va al di là delle nostre intenzioni. Il punto è se rivolgersi all’ego o allo Spirito Santo come nostro insegnante e guida. Perché la scelta dell’ego impedirà sempre l’estensione, mentre lo scegliere lo Spirito Santo la favorirà, impedendo sempre, nel contempo, la proiezione.
Questo viene spiegato molto chiaramente nel capitolo 12 del Testo:

Ho detto in precedenza che dipende da te cosa proietti o estendi, ma devi fare l’uno o l’altro, perché questa è una legge della mente, e devi guardare dentro prima di guardare fuori. Mentre guardi dentro scegli la guida per vedere. E poi guardi fuori e ne vedi le testimonianze. Questo è il motivo per cui trovi ciò che cerchi. Renderai manifesto ciò che vuoi dentro di te, e lo accetterai dal mondo perché, volendolo, ve lo hai messo.
(T-12.VII.7:1-5)

Dunque, come prima cosa dobbiamo imparare a rivolgerci all’interno e scegliere di farci guidare dallo Spirito Santo. Ma come si fa? Il Corso ci insegna un procedimento che definisce perdono, basato su 3 passi abbondantemente descritti in tutto il libro, e brillantemente sintetizzati da Kenneth Wapnick. Sono dei passi che dobbiamo imparare ad applicare nelle nostre relazioni, quando ci sentiamo turbati a causa degli altri, mentre dovremmo invece riconoscere che il turbamento è integralmente farina del nostro sacco.
Il primo passo consiste dunque nel rendersi conto di aver già chiesto aiuto all’ego. Ce ne accorgiamo perché facciamo esperienza dei tipici pensieri e delle tipiche sensazioni egoiche: le varie forme che la paura può assumere, dalla rabbia alla colpa, dal senso di solitudine all’angoscia profonda, dal desiderio di vendetta al senso di essere perseguitati, dal vittimismo al senso di superiorità. In questo modo impariamo a riconoscere che non siamo turbati per quello che gli altri ci hanno fatto o non fatto, ma per la presenza dell’ego dentro la nostra mente (lezione 5).
Il secondo passo consegue al primo, e lo pratichiamo quando ci rendiamo conto di non voler più sperimentare la presenza dell’ego dentro la nostra mente, perché il costo è troppo elevato nei termini di perdita della pace. La determinazione maturata a questo punto ci permette di rivolgerci dal profondo del cuore ad un diverso Insegnante, perché ci guidi fuori dal labirinto che l’ego ha generato nella nostra mente. E questa determinazione alla santità si traduce nella disponibilità a farci condurre, scegliendo di non essere noi a guidare il percorso, ma a permettere che a guidarci sia Uno Che sa farlo. Questo è il secondo passo del perdono.
Se facciamo questi primi due passi, allora - come dice poeticamente una frase che si trova nell’introduzione agli ostacoli alla pace - avremo offerto un luogo di riposo allo Spirito Santo dentro la nostra mente, e questo ci permetterò di riposare in Lui.

Farai questo, perché niente di ciò che viene intrapreso con lo Spirito Santo resta incompiuto. Non puoi essere davvero certo di niente che vedi fuori di te, ma di questo puoi essere certo: lo Spirito Santo chiede che tu Gli offra un luogo di riposo dove riposerai in Lui. Egli ti ha riposto, ed è entrato nella tua relazione. Non vuoi restituire ora la Sua cortesia ed entrare in relazione con Lui? Perché è Lui che ha offerto alla tua relazione il dono della santità, senza il quale sarebbe stato per sempre impossibile apprezzare tuo fratello.
(T-19.IV.2:3-7)

Sarà lo Spirito Santo allora a compiere per noi il terzo passo, che da soli non potremmo compiere: l’estensione di quella pace profonda che la nostra accettazione della Sua Presenza nella nostra mente ha favorito.
E guardando ora quelle relazioni che sembravano turbarci così profondamente, le vedremo rifulgere di una luce nuova, di una gioia e di un’amorevolezza che prima del processo del perdono ci sembravano del tutto irraggiungibili.
La luce avrà disfatto l’oscurità.

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Lo Spirito Santo comincia col percepirti perfetto. Sapendo che questa percezione è condivisa, Egli la riconosce negli altri, rafforzandola così in entrambi. Invece della rabbia, suscita amore per entrambi, perché stabilisce l’inclusione.
(T-6.II.5:1-3)

Nel libro degli esercizi c’è un bellissimo esercizio che ci aiuta a sperimentare l’estensione e quel senso di pace gioiosa, di amore e di unione che ne costituisce l’inevitabile risultato, proprio come la rabbia, l’esclusione e l’isolamento costituiscono l’inevitabile risultato della proiezione. Si trova nella lezione 121.
Il titolo della lezione è uno dei più belli fra quelli presenti nel libro degli esercizi: Il perdono è la chiave della felicità. Partiamo dunque proprio da qui: il perdono è una chiave, e come tutte le chiavi serve per aprire una porta. Ma quale porta? Quella che avevano chiuso, anzi sbarrato letteralmente, con la separazione, la colpa, la paura, e tutte le illusioni generate dall’ego dentro la nostra mente, ma da noi ritenute assolutamente reali perché coperte dal meccanismo della negazione, che le ha rese inconsce. Una porta dunque celata dall’ego, perché inducendoci a proiettare queste illusioni sul mondo esterno, l’ego ci ha fatto credere che il mondo esterno fosse la causa della nostra infelicità, e ci ha spinto letteralmente a risolvere il problema dove non può più essere risolto, ossia dentro il mondo. E’ lì che l’ego ci spinge continuamente a cercare la porta della felicità: dentro il mondo. Ma la porta non si trova lì.
In sostanza per poter infilare la chiave nella toppa bisogna prima di tutto trovare la porta. E’ questo la ragione per cui il Corso ci rivolge una domanda divertente, ma allo stesso tempo inquietante:

Il perdono è la chiave, ma chi può usare una chiave quando ha perso la porta per la quale la chiave è stata fatta, e che è la sola per cui va bene?
(CdP-2.I.9:2)

La porta in cui infilare la chiave si trova dentro la nostra mente, non nel mondo. La chiave della nostra felicità è un processo dentro la nostra mente, non un qualche cambiamento nel mondo.
E la chiave è molto semplicemente il perdono, nei suoi tre passi già visti tante volte in questi spunti (cliccare qui): prima di tutto riconoscere appunto che la causa della nostra infelicità è dentro la nostra mente, e non nel mondo, e poi scegliere la guarigione della nostra mente, accettando quell’Espiazione che lo Spirito Santo ci propone da sempre (L-pI.23.5). Se facciamo questi due passi non potremo non sperimentare la pace profonda che lo Spirito Santo estenderà dalla nostra mente alle situazioni della nostra vita, permettendoci di percepirle in modo amorevole invece che ostile. La nostra percezione sarà mutata, e con essa sarà mutato sia il nostro stato interiore che la percezione del mondo esterno. La felicità avrà preso il posto del rancore, della paura e dell’angoscia.
Leggiamo ora il meraviglioso esercizio proposto dalla lezione 121. Potremo notare che ci propone di modificare la percezione sia di un nemico (l’antagonista della relazione speciale d’odio) che di un amico (l’idolo della relazione speciale d’amore). La percezione di entrambi è deformata dalla proiezione egoica. Cambiandone la percezione dentro la nostra mente, vedremo un’immagine nuova, che si estenderà anche a noi, guarendo anche la percezione malata che abbiamo di noi stessi:

Inizia i periodi di pratica più lunghi pensando a qualcuno che non ti piace, che sembra irritarti, o causarti dispiacere se lo incontrassi: uno che disprezzi attivamente, o che cerchi semplicemente di ignorare. Non importa quale forma assuma la tua rabbia. Probabilmente lo hai già scelto. Lui andrà bene.
Ora chiudi gli occhi, vedilo nella tua mente, ed osservalo per un po’. Cerca di percepire della luce in qualche parte di lui: un piccolo barlume che non avevi mai notato. Cerca di individuare una piccola scintilla di luminosità che risplende attraverso la brutta immagine che hai di lui. Guarda questa immagine finché vedrai in essa una luce da qualche parte, e poi cerca di permettere a questa luce di estendersi fino a ricoprirlo e rendere l’immagine bella e buona.
Osserva questa percezione mutata per un po’, poi volgi la tua mente a qualcuno che chiami amico. Cerca di trasferire su di lui la luce che hai imparato a vedere intorno al tuo ex “nemico”. Percepiscilo ora come più che un amico per te, perché in quella luce la sua santità ti mostra il tuo salvatore, salvato e che salva, guarito e intero.
Poi permetti che egli ti offra la luce che vedi in lui, e lascia che il tuo “nemico” e l’amico si uniscano nel benedirti con ciò che hai dato. Adesso sei uno con loro, e loro con te. Ora sei stato perdonato da te stesso.
(L-pI.121.10-13:3)

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Quale bellezza vediamo oggi! Quale santità vediamo intorno a noi!
(L-pII.291.1:4-5)

A conclusione dell’argomento trattato da inizio anno, l’estensione della santità, non resta che leggere alcune delle bellissime frasi del Corso, che ne descrivono l’esperienza.
Ma prima di leggerle, permettetemi di sintetizzare ancora una volta come si fa ad arrivare ad un obiettivo così elevato: attraverso il perdono, quel procedimento che il Corso descrive abbondantemente presentandolo da diverse angolazioni, affinché tutti noi - qualunque sia la forma in cui ci sperimentiamo - possiamo accedervi. Kenneth Wapnick lo ha sintetizzato partendo da un paragrafo che abbiamo letto molte volte in questi spunti.

L’idea di oggi introduce il pensiero che tu non sei intrappolato nel mondo che vedi, perché se ne può cambiare la causa. Questo cambiamento richiede che la causa venga prima identificata e poi lasciata andare, in modo che possa essere sostituita. I primi due passi di questo procedimento richiedono la tua collaborazione. Quello finale no. le tue immagini sono già state sostituite. Facendo i primi due passi vedrai che è così.
(L-pI.23.5)

Il cambiamento consiste nell’assumerci la responsabilità che la causa delle nostre sofferenze non sta nel mondo esterno, ma nella nostra mente (I passo). E - avendo constatato che il prezzo che stiamo pagando per mantenere tali sofferenze è decisamente troppo elevato nei termini di mancanza di pace - la parte successiva del cambiamento richiede la nostra determinazione a lasciar andare la causa della nostra sofferenza, ossia la nostra dipendenza dall’ego, a favore di una diversa Guida che ci permetta di liberarci dal labirinto paludoso che l’ego ha instaurato nella nostra mente (II passo).
Questi due passi sono nostra responsabilità. Se non decidiamo noi di compierli, nessuno potrà farlo al posto nostro. Costituiscono l’esercizio del nostro libero arbitrio. Ma proprio come nessuno può toglierci una tale responsabilità, così nessuno può impedirci di esercitarla. Quindi siamo assolutamente liberi nella decisione di lasciar andare la causa: l’ego dentro la nostra mente.
La determinazione che ci farà prendere tale decisione (una determinazione già impostata nelle precedenti lezioni 20, 21, e riproposta nelle successive lezioni 27 e 28), si traduce nella disponibilità ad essere guidati da una Presenza Autorevole, Che impariamo sempre di più a sentire nella nostra mente, e da cui impariamo sempre di più a farci guidare. Così ci spinge a compiere tale scelta con sempre maggiore frequenza? Ci spingono gli effetti di cui gradualmente faremo esperienza, ossia l’estendersi della pace interiore al mondo esterno, che vedremo letteralmente cambiare davanti ai nostri occhi. Non saranno necessariamente dei cambiamenti in termini di forma: per esempio le situazioni di vita o le persone con cui saremo in contatto potrebbero essere le stesse di prima. Ma ne faremo un’esperienza totalmente diversa. Un’esperienza che estenderà la nostra pace interiore, invece di proiettare la nostra angoscia interiore. Sarà questo il miracolo che il Corso ci preannuncia fin dal titolo: il miracolo del constatare che se cambiamo noi, il mondo esterno cambia di conseguenza, per la semplice ragione che non c’è una vera differenza fra il mondo esterno e quello interno.
E allora vedremo il mondo con occhi nuovi. Le immagini saranno letteralmente cambiate.

Partendo da quest’idea il mondo si aprirà dinanzi a te e tu lo vedrai, e vedrai in esso ciò che non vi avevi mai visto prima. E ciò che vedevi prima non sarà più nemmeno pallidamente visibile per te. Oggi cerchiamo di usare un nuovo tipo di “proiezione”. Non tenteremo di disfarci di ciò che non ci piace vedendolo al di fuori di noi. Cercheremo invece di vedere nel mondo ciò che c’è nella nostra mente, e che c’è ciò che vogliamo riconoscere. In tal modo cerchiamo di unirci con ciò che vediamo, invece di mantenerlo separato da noi.
(L-pI.30.1:2-3/2:1-4)

Con questa nuova visione ogni cosa apparirà meravigliosa:

Tutta questa bellezza si leverà a benedire la tua vista quando vedrai il mondo con gli occhi del perdono. Perché il perdono trasforma letteralmente la visione e ti permette di vedere l’avvento del mondo reale calmo e dolce attraverso il caos, eliminando tutte le illusioni che hanno sviato la tua percezione legandola al passato. La più piccola foglia diventa una meraviglia e un filo d’erba un segno della perfezione di Dio.
(T-17.II.6)

Forse al momento non riusciamo ancora a raggiungere questi attimi di luce. Ma il Corso ci assicura che prima o poi ci arriveremo. Insieme.
Con queste meravigliose immagini di luce vi saluto con affetto, cari compagni di viaggio, augurandovi pace e serenità nelle vacanze estive.

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Ben ritrovati.
In questi spunti, iniziati ormai da molti anni, ho cercato di presentare il perdono così come lo intende il Corso, rifacendomi principalmente alla sintesi compiuta da Kenneth Wapnick e da lui definita “I tre passi del perdono”. Dopo un’iniziale introduzione mirata a presentare alcune linee essenziali che dovrebbero aiutare lo studente a comprendere le linee essenziali del linguaggio e della teoria del Corso, ho trattato il primo passo dallo spunto 79 al 266, il secondo dal 267 al 376, e dallo spunto 383 ho iniziato a trattare il terzo passo. Chi volesse rileggerli anche solo in parte può consultare l’indice degli spunti cliccando qui.
Abbiamo visto che i primi due passi sono due importanti decisioni che lo studente deve prendere per assumersi la responsabilità di quanto sembra togliergli la pace. La prima consiste nel decidere di guardare senza veli i meccanismi dell’ego dentro la propria mente – e non dentro la mente degli altri, come l’ego gli propone prontamente di fare- e la seconda nel decidere di rivolgersi ad un diverso Insegnante- lo Spirito Santo- per accedere ad una diversa percezione di quanto sembra turbarlo. Se lo studente compie entrambe le decisioni, farà esperienza del terzo passo: quella pace che lo Spirito Santo ha già donato alla sua mente tormentata e dalla sua mente estende in continuazione alle altre menti.
Proprio negli ultimi spunti, pubblicati all’inizio dell’estate, ho proposto l’argomento dell’estensione (per rileggerli, cliccare qui). Come abbiamo visto una volta che si sono praticati i primi due passi del perdono l’estensione è inevitabile, in quanto la mente, per sua propria natura, non può non protendersi all’esterno. È una legge che viene usata in modo diametralmente opposto dall’ego e dallo Spirito Santo: l’ego la usa per proiettare la colpa e quindi per escludere, mentre lo Spirito Santo la usa per estendere l’amore e quindi per includere.
L’estensione conseguente al perdono permette allo studente di fare un’esperienza completamente diversa di quanto prima sembrava opprimerlo. Mentre la proiezione gli faceva percepire un mondo ostile da combattere o da predare, l’estensione gli offre una percezione del mondo amorevole e pacifica e davanti ai suoi occhi il mondo appare illuminato da una luce diversa.
Grazie al perdono a volte lo studente vedrà le stesse immagini che vedeva in precedenza, ma colorate da una diversa interpretazione: là dove, colmo di paura, interpretava un evento come manifestazione di odio ora vede un amore insospettato o una richiesta di guarigione o di aiuto. Altre volte vedrà nel mondo immagini che prima non vedeva, e nelle persone aspetti amorevoli che in precedenza non riusciva nemmeno a sospettare, un’innocenza e una gentilezza là dove prima riusciva a vedere soltanto cattiveria e colpa. E questo avverrà perché la percezione è selettiva, e gli occhi vedono solo quello che la mente dice loro di vedere: se la mente vuole vedere il peccato, seleziona la percezione in modo da vedere il peccato; se la mente vuole vedere l’innocenza, allora selezionerà la percezione in modo da vedere l’innocenza.
Nel passaggio dalla percezione egoica a quella spirituale, lo studente acquisirà quella che il Corso definisce visione.
Proprio della visione parlerò a partire dal prossimo spunto.

Che ora venga a me una nuova percezione. Padre, c’è una visione che vede tutte le cose senza peccato, cosicché la paura è svanita e dove essa si trovava, è invitato ad entrare l’amore. E l’amore verrà ovunque venga richiesto. Questa visione è il Tuo dono. Gli occhi di Cristo vedono un mondo perdonato. Ai Suoi occhi tutti i suoi peccati sono perdonati, poiché Egli non vede alcun peccato in qualunque cosa guardi. Che la Sua vera percezione venga a me ora, affinché io possa risvegliarmi dal sogno di peccato e vedere dentro di me la mia assenza di peccato, che Tu hai mantenuto completamente incontaminata sull’altare al Tuo santo Figlio, il Sé con il quale mi voglio identificare. (L-pII.313.1)

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Come annunciato la scorsa settimana, a partire da questo spunto inizio a trattare un nuovo argomento: la visione.
Partiamo dalla definizione del termine che si trova nel Glossario stilato da Kenneth Wapnick (per accedere al Glossario sul nostro sito cliccare qui):
visione
Percezione di Cristo o dello Spirito Santo che vede oltre il corpo lo spirito che è la nostra vera Identità; la visione di perdono ed assenza di peccato attraverso la quale si vede il mondo reale; puramente interiore, riflette la decisione di accettare la realtà anziché giudicarla; un cambiamento di atteggiamento dallo scopo che l’ego assegna al corpo (specialezza) a quello datogli dallo Spirito Santo (perdono) e questo non ha niente a che fare con la vista fisica.

A differenza del significato usuale del termine, dunque, nel Corso la visione non si riferisce mai alla vista fisica, ma alla percezione corretta che la mente raggiunge quando sceglie di ascoltare la Voce interiore dello Spirito Santo invece di quella dell’ego. In altri termini potremmo dire che secondo il Corso si vede con gli occhi e si ha la visione con la mente.
La vera luce che rende possibile la vera visione non è la luce che viene vista con gli occhi del corpo. È lo stato della mente divenuta così unificata che l’oscurità non può essere affatto percepita. E così ciò che è uguale è percepito come una cosa sola, mentre ciò che non è uguale non viene notato, perché non esiste.
(L-108.2)

La visione è insomma uno stato mentale che permette di percepire l’identicità del contenuto dietro alla variabilità delle forme. È dunque un passo importantissimo nel processo di generalizzazione che ci traghetta dall’usuale percezione molteplice al dualismo della mente, e di lì al mondo reale.
Nella definizione tratta dal glossario di Kenneth, inoltre, leggiamo che la visione deriva dal perdono, cioè dall’aver lasciato andare l’idea di peccato, accettando al suo posto la realtà della nostra natura spirituale anziché giudicarla. Questa realtà è riflessa - nell’illusione in cui siamo precipitati dopo la separazione - nell’Espiazione, cioè nella correzione del sistema di pensiero dell’ego. E accettarla significa accettare l’Espiazione per noi stessi, mentre giudicarla significa scegliere di separarsi da essa.
In altri termini la visione è la conseguenza, l’effetto della decisione interiore di perdonare.
Come abbiamo visto in tutti questi spunti il perdono del Corso è quel mutamento di percezione che deriva da due decisioni interiori che siamo noi, e solo noi, a dover prendere: la prima consiste nell’assumerci la responsabilità delle nostre percezioni senza attribuirla al mondo esterno, e la seconda nel chiedere aiuto ad un diverso Insegnante interiore per raggiungere una diversa percezione dello stesso evento che ci faceva apparentemente soffrire.
Senza queste due premesse, senza queste due decisioni, non è possibile perdonare e quindi non è possibile fare esperienza dell’effetto – la visione appunto- che ne consegue.
La visione è il dono che lo Spirito Santo ci fa quando noi siamo determinati a perdonare. È il terzo passo del perdono, che deriva dall’aver praticato con determinazione e disponibilità i primi due passi.
La visione è il mezzo con cui lo Spirito Santo trasforma i tuoi incubi in sogni felici, le tue selvagge allucinazioni che ti mostrano tutti i paurosi risultati di peccati inventati, in immagini calme e rassicuranti con le quali Egli le sostituisce. Queste dolci immagini e questi suoni vengono guardati felicemente e uditi con gioia. Sono i Suoi sostituti per tutte le immagini terrificanti e i suoni urlanti che lo scopo dell’ego ha portato alla tua consapevolezza inorridita. Essi ti allontanano dal peccato, ricordandoti che ciò che ti spaventa non è la realtà e che gli errori che hai fatto possono essere corretti.
Quando avrai guardato ciò che sembrava terrificante e lo avrai visto cambiare in immagini di amorevolezza e pace; quando avrai guardato scene di violenza e di morte e le avrai viste cambiare in quiete immagini di giardini sotto cieli aperti, con acque chiare e donatrici di vita che scorrono felicemente accanto ad essi in danzanti ruscelli che non si esauriscono mai, chi avrà bisogno di persuaderti ad accettare il dono della visione? E dopo la visione, chi c’è che potrebbe rifiutare ciò che deve venire dopo? Pensa, per un solo istante, proprio a questo: puoi vedere la santità che Dio ha dato a Suo Figlio. E non avrai mai bisogno di pensare che per te ci sia qualcos’altro da vedere.
(T-20.VIII.10:4-11:4)

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Come abbiamo visto nell’ultimo spunto (per rileggerlo cliccare qui), nel suo Glossario Kenneth Wapnick definisce la visione come una percezione puramente interiore che non ha nulla a che fare con la vista fisica, e come il risultato del processo del perdono che noi scegliamo liberamente di compiere nella nostra mente.
Ma c’è anche un altro aspetto sul quale è opportuno portare la nostra attenzione: rileggiamo insieme la definizione tratta dal Glossario per scoprirlo:
visione
Percezione di Cristo o dello Spirito Santo che vede oltre il corpo lo spirito che è la nostra vera Identità; la visione di perdono ed assenza di peccato attraverso la quale si vede il mondo reale; puramente interiore, riflette la decisione di accettare la realtà anziché giudicarla; un cambiamento di atteggiamento dallo scopo che l’ego assegna al corpo (specialezza) a quello datogli dallo Spirito Santo (perdono) e questo non ha niente a che fare con la vista fisica.

L’ego conferisce al corpo e al mondo dei corpi lo scopo di rafforzare la nostra presunta separazione dalla realtà spirituale. Secondo il Corso il mondo è stato fatto dall’ego proprio per questa ragione: come cortina di fumo per distogliere la nostra attenzione interiore dalla mente, perché proprio nella mente è possibile trovare lo Spirito Santo, Che corregge il nostro sistema di pensiero errato.
Il perdono non può avvenire se noi non mettiamo in dubbio, almeno per un istante, lo scopo dell’ego, e non decidiamo di adottare, almeno per un istante, lo scopo dello Spirito Santo. Questo istante, che il Corso definisce istante santo, punta alla santità invece che alla specialezza, apre la nostra mente al perdono invece che all’attacco, e ci fa compiere i due passi indispensabili senza i quali non possiamo fare esperienza della visione.
Tu guardi ancora con gli occhi del corpo ed essi non possono vedere che spine. Tuttavia hai chiesto e ricevuto un altro modo di vedere. Coloro che accettano come proprio lo scopo dello Spirito Santo condividono anche la Sua visione. E ciò che Gli permette di vedere il Suo scopo risplendere da ogni altare adesso è tuo tanto quanto è Suo. Egli non vede stranieri, solo cari, adorati, e amorevoli amici. Non vede spine, ma solo gigli che rifulgono nel dolce splendore della pace che splende su tutto ciò che Egli guarda e ama. (T-20.II.5)
Ecco, è proprio questo il miracolo che dà il nome a questo Corso: dove prima vedevamo scene di dolore e di angoscia, dopo il perdono vediamo soltanto immagini di pace o di aspirazione alla pace, di amore o di richiesta d’amore.
Letteralmente la visione spirituale non può vedere errore e cerca semplicemente l’Espiazione. Tutte le soluzioni che l’occhio fisico cerca, si dissolvono. La visione spirituale guarda all’interno e riconosce immediatamente che l’altare è stato profanato e ha bisogno di essere riparato e protetto. (T-2.III.4:1-3)
L’altare che prima era profanato – un simbolo che nel Corso sta a simboleggiare la mente sbagliata - ora rifulge di una luce splendente: la pace della mente corretta. Eppure non sono cambiate le situazioni esterne, è “soltanto” cambiata la percezione. Ma grazie a questo cambiamento importante l’altare della mente viene riparato e protetto e ricomincia a funzionare correttamente: ora vediamo miracolosamente amorevoli amici dove prima vedevamo solo nemici o idoli. Le nostre proiezioni di colpa, che ci portavano a vedere ovunque nemici da combattere o idoli da predare, vengono sostituite dallo Spirito Santo in immagini di amici carissimi, adorati e amorevoli. La nostra strabiliante esperienza interiore ci dimostra alla fine che il Corso ha mantenuto le sue promesse.

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Negli spunti delle ultime settimane (cliccare qui per rileggerli) abbiamo visto che la visione non si raggiunge attraverso gli occhi del corpo, ma cambiando la percezione interiore di quanto sembra impedirci la pace. E abbiamo anche visto che possiamo conseguirla quando abbiamo veramente l’intenzione di perdonare, perché la visione rappresenta il dono che lo Spirito Santo ci offre dopo che noi ci siamo assunti la responsabilità dei nostri turbamenti (I passo) e Gli abbiamo chiesto aiuto per vedere in un modo diverso (II passo).
Lo Spirito Santo conserva la visione di Cristo per ogni Figlio di Dio che dorme. Ai Suoi occhi il Figlio di Dio è perfetto ed Egli desidera ardentemente condividere la Sua visione con te. (T-12.VI.4:5-6)
Tuttavia abbiamo visto tante volte in questi spunti che la correzione dello Spirito Santo non potrà modificare la nostra esperienza interiore se non siamo disposti ad accoglierla. Questo è il significato dell’idea che l’Espiazione va accettata, non attuata da noi, e che- come leggiamo in una celebre frase del II capitolo- essa rappresenta la sola responsabilità dell’operatore in miracoli, cioè dello studente del Corso che vuole sperimentare il miracolo della pace interiore e condividerla con gli altri:
L’unica responsabilità di colui che opera il miracolo è accettare l’Espiazione per se stesso. (T-2.V.5:1)
La visione dipende dunque dalla nostra intenzione di sperimentarla. E questa intenzione si manifesta attraverso la nostra pratica dei primi due passi del perdono. Per addestrarci a questo radicale mutamento del nostro modo di usare la mente il Corso ci propone 4 lezioni specificamente dedicate a questo argomento: la 20, la 21, la 27 e la 28. Leggiamone i titoli:
Io sono determinato a vedere (L-pI.20)
Io sono determinato a vedere le cose in maniera diversa (L-pI-21)
Più di ogni altra cosa io voglio vedere (L-pI-27)
Più di ogni altra cosa io voglio vedere le cose in modo diverso (L-pI.28)

Come si vede chiaramente, si tratta di una vera e propria progressione in cui siamo invitati ad impegnarci con intensità crescente. La lezione 20 è una semplice dichiarazione di intenti. Ci propone, per la prima volta nel libro degli esercizi, una pratica particolarmente intensa: due ripetizioni della frase ogni ora, cercando di farlo ogni mezz’ora. Perché una pratica così intensa? Per sollecitarci a riflettere, per almeno un giorno nella nostra vita, sulla nostra incapacità di vedere le cose correttamente, impegnandoci fermamente a cambiare atteggiamento interiore. Due frasi all’interno della lezione sottolineano l’importanza di questa intenzione:
La tua decisione di vedere è tutto ciò che la visione richiede… La visione che ti viene data dipende dalla tua determinazione a vedere. (L-pI.20.3:1,8)
La lezione 22, chiara evoluzione della precedente, sposta l’intenzione dal piano generale alla pratica specifica, chiedendoci di pensare a situazioni di rabbia e di impegnarci specificamente a modificare la nostra percezione - cioè a raggiungere la visione - proprio in quelle situazioni. Proprio con quel collega… proprio con quel famigliare… proprio relativamente a quell’ingiustizia subita… proprio in relazione a quell’imprevisto che ci ha così alterati…. Le lezioni gemelle 27 e 28 ripetono lo stesso schema, partendo anche in questo caso da un’intenzione generale (nella lezione 27), e passando all’applicazione specifica nella lezione successiva, la 28. Ma qui ci viene proposto un impegno più radicale. Come leggiamo nel I paragrafo:
L’idea di oggi esprime qualcosa di più della semplice determinazione. Essa dà alla visione la priorità su tutti i tuoi desideri. (L-pI.27.1:1-2).
Su tutti i desideri? Sembra un impegno veramente grande! E infatti la lezione lo riconosce subito dopo:
Puoi sentirti esitante ad usare questa idea, perché non sei sicuro che questo è veramente quello che vuoi dire. Ciò non ha alcuna importanza. Lo scopo degli esercizi di oggi è di avvicinare un pochino il momento in cui l’idea sarà completamente vera. (L-pI.27.1:3-5)
Un’ottima opportunità per riflettere - almeno per un giorno - sul valore che diamo ai nostri desideri e all’obiettivo propostoci da questo Corso. Che cosa conta di più per noi? La pace interiore? Oppure mantenere i nostri radicati ed immutabili punti di vista, nella convinzione incrollabile che siano corretti?

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La correzione è per tutti quelli che non sono in grado di vedere. Aprire gli occhi ai ciechi è la missione dello Spirito Santo, perché Egli sa che non hanno perso la visione, ma semplicemente dormono. (T-12.VI.4:1-2)
Il Corso ricorre più volte all’analogia della cecità per descrivere la condizione nella quale noi siamo immersi. Crediamo di vedere, ma in verità non vediamo. Troviamo una toccante descrizione della nostra condizione nella prima sezione del capitolo 21. Leggiamo insieme qualche frase:
Non dimenticare mai che il mondo che “vedono” coloro che sono privi di vista deve essere immaginario, perché l’aspetto che ha veramente è a loro sconosciuto. Essi devono supporre ciò che potrebbe essere visto da prove sempre indirette, e ricostruire le loro illazioni mentre inciampano e cadono a causa di ciò che non hanno riconosciuto, o mentre avanzano illesi attraverso portali che pensavano fossero chiusi. E così è per te. Tu non vedi. Gli spunti per le tue illazioni sono sbagliati, e così inciampi e cadi sulle pietre che non hai riconosciuto, ma non riesci a essere consapevole che puoi varcare le porte che pensavi fossero chiuse, ma che sono aperte davanti a occhi che non vedono, in attesa di darti il benvenuto. (T-21.I.1)
L’analogia è chiara: come i ciechi non vedono il mondo esterno, così noi non vediamo il mondo interno. Gli occhi del corpo ci permettono soltanto di vedere il mondo esterno, ma non ci sono di alcun aiuto nel percorso interiore, di fronte al quale ci comportiamo esattamente come ciechi che avanzano a tentoni, sbattendo contro le porte chiuse e incapaci di riconoscere quelle che invece sono aperte. Eppure, nella nostra cecità, ci fidiamo delle nostre valutazioni e dei nostri giudizi, credendo che ci permetteranno di migliorare la nostra esperienza.
Quant’è sciocco cercare di giudicare ciò che può essere visto al suo posto. (T-21.I.2:1)
È sciocco perché i nostri sensi ingannano e non ci permettono di trovare la via d’uscita. Tuttavia abbiamo una Guida Che è in grado di vedere e può aiutarci ad uscire dall’oscurità in cui siamo immersi, indicandoci la strada. Ci mostra la visione interiore, una luce in grado di pilotarci. Sarà questa visione a permetterci di trovare la strada e approdare felicemente e senza inciampi al porto sicuro della pace interiore.
Non è necessario immaginare l’aspetto che il mondo deve avere. Deve essere visto prima che tu lo riconosca per quello che è. Ti può essere mostrato quali porte sono aperte, e puoi vedere dove sta la sicurezza, quale via conduce all’oscurità e quale alla luce. Il giudizio ti darà sempre false indicazioni, ma la visione ti mostra dove andare. Perché tirare a indovinare? (T-21.I.2:2-6)
Eh già… perché tirare a indovinare, quando abbiamo la possibilità di essere aiutati? È proprio questo il punto. Vogliamo veramente essere aiutati? Vogliamo veramente trovare la via della pace? O vogliamo solo degli “aggiustamenti” che ci facciano sopportare la nostra miserevolezza, degli “adattamenti” per varcare senza inciampi delle porte illusorie che non portano da nessuna parte?
Abbiamo visto la scorsa settimana che la nostra determinazione a vedere è la base della visione (per rileggere lo spunto cliccare qui). La nostra esperienza interiore dipende da noi. Siamo noi a dover compiere la scelta. Il nostro libero arbitrio è sovrano. È questo, in sintesi, il senso del secondo passo del perdono.
In questo periodo, dedicato alla celebrazione della nascita di Gesù, e con essa al ricordo della stella cometa che ci guida nel ritorno a casa, le meravigliose parole del Corso possono ispirarci per compiere la scelta che ci farà uscire poco alla volta dalla nostra cecità.
Il segno del Natale è una stella, una luce nell’oscurità. Non vederla fuori di te, ma splendente nel Cielo interiore, e accettala come segno che il tempo di Cristo è venuto. (T-15.XI.2:1-2)

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Fra pochissimi giorni è Natale.
Nel Corso ci sono dei passaggi bellissimi dedicati a questa importante celebrazione cristiana, che rievoca la nascita del bambino di Betlemme. Negli anni passati ho dedicato puntualmente uno o più spunti a questo argomento, collegandoli all’argomento che trattavo proprio in quel periodo, qui nella scuola del Corso. Per rileggere tali spunti si può accedere all’indice (cliccare qui), dove è possibile trovare una sezione integralmente dedicata al Natale.
Anche quest’anno collegherò il Natale al tema che sto proponendo in questo periodo, la visione, tema che ho iniziato a trattare partendo dalla differenza tra il vedere con gli occhi e il vedere con la mente. È un aspetto sul quale il Corso mette molta enfasi. Con gli occhi vediamo il mondo esterno, per definizione ingannevole. Ma con la visione interiore vediamo quella luce che ci permette di uscire dall’illusione nella quale siamo precipitati, un’illusione che ci attanaglia e ci inganna facendoci continuamente inciampare e non permettendoci di vedere la vera via d’uscita dal nostro fondamentale problema: la presunta separazione da Dio.
Come si accede alla visione, secondo il Corso? Attraverso il perdono, un metodo che ci permette di modificare la nostra percezione rivelandoci miracolosamente proprio quello che in precedenza non riuscivamo a vedere. Dove prima vedevamo solo torti, abusi, affronti, forme di vendetta e di idolatria, magari mascherate da giustizia e apparente innocenza, grazie al perdono vediamo espressioni di amore o disperate richieste di amore, guarigione ed aiuto. L’ostilità che avvelenava i nostri cuori allontanandoci dai nostri fratelli si trasforma in desiderio di aiuto e vicinanza. L’esclusione diviene inclusione, perché riconosciamo di condividere con loro la stessa mente, lo stesso scopo e gli stessi interessi. Non nella forma, perché in essa siamo ovviamente tutti diversi, ma nel contenuto, che ci accomuna e ci rende realmente fratelli.
E come si perdona? Il Corso ci suggerisce due passaggi, i cosiddetti “passi del perdono” a cui sono stati dedicati questi spunti fin dal loro inizio. Il primo passo consiste nel riconoscere che le nostre sofferenze non dipendono dagli altri, ma dalla nostra percezione. Il secondo consiste nel sincero desiderio di modificare tale percezione chiedendo aiuto a Chi è in grado di darlo, perché è per definizione il luminoso Correttore della nostra percezione errata: lo Spirito Santo. Ma dobbiamo essere determinati a volerlo. Molto determinati. La determinazione a vedere con gli occhi correttivi dello Spirito- il secondo passo del perdono- è la chiave che ci permette di raggiungere la visione.
La visione che ti viene data dipende dalla tua determinazione a vedere.
(L-pI.20.3:8)

Il Corso dedica al Natale un’intera sezione all’interno del capitolo 15, oltre ad alcuni paragrafi di altre sezioni. E in essi troviamo riassunti – insieme a molti altri- i temi che sto esponendo in questo periodo. Proviamo a rileggere insieme qualche frase:
Il segno del Natale è una stella, una luce nell’oscurità. Non vederla fuori di te, ma splendente nel Cielo interiore, e accettala come segno che il tempo di Cristo è venuto.
(T-15.XI.2:1-2)

Proprio come la stella cometa guida i pastori verso la grotta di Betlemme, così la luce della visione interiore ci può portare ad un’autentica rinascita. Ed è questa rinascita nella nostra mente- l’altare interiore della santità- ciò che il Corso ci propone di celebrare nel periodo natalizio.
La mia nascita in te è il tuo risveglio alla grandezza. Non darmi il benvenuto in una mangiatoia, ma nell’altare della santità, dove la santità dimora in pace perfetta.
(T-15.III.9:5-6)

Secondo il Corso il Natale è pertanto una magnifica occasione di risveglio. Un risveglio alla visione che si attua - come ho evidenziato prima- proprio attraverso il perdono. Ecco perché la bellissima preghiera del Natale ci invita a perdonare i nostri fratelli. Affinché sia questo il dono di Natale che siamo finalmente pronti ad offrire loro, e a noi stessi nello stesso tempo. Un dono che aprirà la strada al raggiungimento della visione interiore.
Dì quindi a tuo fratello:
Ti do allo Spirito Santo come parte di me stesso.
So che sarai liberato, a meno che io non voglia usarti per imprigionare me stesso.
Nel nome della mia libertà scelgo la tua liberazione, perché riconosco che saremo liberati insieme.
(T-15.XI.10:4-7)

 

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Questo è il tempo in cui un nuovo anno nascerà presto dal tempo di Cristo. Ho fede assoluta nel fatto che farai tutto ciò che vorrai compiere. Niente mancherà, e tu renderai completo e non distruggerai. Dì quindi a tuo fratello:

Ti do allo Spirito Santo come parte di me stesso.
So che sarai liberato, a meno che io non voglia usarti per imprigionare me stesso.
Nel nome della mia libertà scelgo la tua liberazione,
perché riconosco che saremo liberati insieme.

Così l’anno inizierà con gioia e liberta. C’è molto da fare, ed abbiamo procrastinato parecchio. Accetta l’istante santo mentre nasce quest’anno, e prendi il tuo posto, lasciato vacante così a lungo, nel Grande Risveglio. Fa che quest’anno sia differente rendendolo tutto uguale. E permetti a tutte le tue relazioni di essere fatte sante per te. Questa è la nostra volontà. Amen
(T-15.XI-10)

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Al termine delle vacanze natalizie riprendiamo il tema della visione che avevamo iniziato a studiare insieme a partire dallo scorso autunno.
Nell’ultimo spunto dedicato a questo argomento (per rileggerlo cliccare qui) abbiamo visto come il Corso ricorra più volte all’analogia della cecità per descrivere il nostro stato mentale sbagliato, dominato dall’oscurità. Proprio come i ciechi avanzano a tentoni, inciampando in continuazione e non distinguendo le porte chiuse da quelle spalancate, così noi brancoliamo nel buio della nostra mente, incapaci di varcare le porte che ci conducono alla felicità e alla pace.
Non dimenticare mai che il mondo che “vedono” coloro che sono privi di vista deve essere immaginario, perché l’aspetto che ha veramente è a loro sconosciuto. Essi devono supporre ciò che potrebbe essere visto da prove sempre indirette, e ricostruire le loro illazioni mentre inciampano e cadono a causa di ciò che non hanno riconosciuto, o mentre avanzano illesi attraverso portali che pensavano fossero chiusi. E così è per te. Tu non vedi. Gli spunti per le tue illazioni sono sbagliati, e così inciampi e cadi sulle pietre che non hai riconosciuto, ma non riesci a essere consapevole che puoi varcare le porte che pensavi fossero chiuse, ma che sono aperte davanti a occhi che non vedono, in attesa di darti il benvenuto.
(T-21.I.1)

Proprio come i ciechi, anche noi abbiano bisogno di una Guida per poter avanzare, una Guida che ci insegni il modo per uscire dal nostro stato interiore malato. Eppure non crediamo di averne bisogno, perché tendiamo a credere di vedere e quindi di essere in grado di comprendere le cose, di riconoscere i nostri migliori interessi, e di risolvere da soli tutti i nostri problemi.
Se ti rendessi conto che non percepisci ciò che è meglio per te, ti si potrebbe insegnare cos’è. Ma vista la tua convinzione di saperlo, non puoi imparare.
(L-pI.24.2:1-2)

Ancora una volta leggiamo in questa frase che la via d’uscita dal nostro buio interiore è rappresentata dalla disponibilità a praticare i primi due passi del perdono: riconoscere prima di tutto che il buio è dentro la nostra mente, e non nel mondo esterno; e poi essere disposti a rivolgerci ad un Aiuto Che non viene da noi, anche se si trova dentro di noi: un aiuto Che proviene dalla Luce Divina Stessa, e Che corregge il nostro modo malato di percepire. Il Corso Lo definisce “Spirito Santo”.
Il primo passo presume dunque l’umiltà di ammettere di avere sbagliato, riconoscendo che sono proprio stati i nostri giudizi errati ad averci fatto precipitare nell’oscurità.
Tutto ciò che hai insegnato a te stesso ti ha reso il tuo potere sempre più oscuro.
(T-14.XI.1:5)

Ed il secondo passo presume la disponibilità a voler ricevere aiuto:
Sii disposto a farti insegnare.
(L-pI.126.10:3)

In altri termini, è il nostro giudizio autonomo ciò che ci fa precipitare nell’oscurità, mentre il potere correttivo dello Spirito Santo, capace di disfare con la Sua sola Presenza l’oscurità in cui ci eravamo perduti, ci dona la visione che illumina il nostro cammino. E questa visione porta con sé forza, sicurezza, pace interiore e felicità.
Ti sei insegnato a giudicare: imparerai la visione da Colui Che disferà il tuo insegnamento.
(T-20.VII.8:4)

E con la sua solita ironia, ad un certo punto il Corso sintetizza il tutto con due frasi molto divertenti:
Dai le dimissioni ora da insegnante di te stesso.
(T-12.V.8:3)
Non ricordare nulla di ciò che ti sei insegnato, poiché ti è stato insegnato malamente.
(T-28.I.7:1)

 

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  La prima sezione del capitolo 21 del Testo è giustamente famosa, perché contiene una delle più poetiche descrizioni di ciò che la visione può mostrare a chi è disponibile a vedere con occhi diversi.
La sezione inizia con la descrizione della cecità che fa parte della condizione umana. Abbiamo già letto il primo paragrafo negli spunti delle scorse settimane (per rileggerli cliccare qui). Procediamo ora con la lettura di alcuni dei paragrafi successivi.
I ciechi si abituano al loro mondo adattandosi ad esso. Pensano di sapere qual è la loro strada in esso. L’hanno imparato, non con lezioni gioiose, ma con la dura necessità di limiti che credevano di non poter superare. E siccome lo credono ancora, tengono a cuore queste lezioni, e si aggrappano ad esse perché non possono vedere. Non comprendono che le lezioni li mantengono ciechi. A questo non credono. E così mantengono nella loro immaginazione il mondo che hanno imparato a “vedere”, credendo che la loro scelta sia tra quello o niente. Odiano il mondo che hanno imparato attraverso il dolore. E tutto ciò che pensano si trovi in esso serve a ricordare loro che sono incompleti e amaramente deprivati. (T-21.I.4)
Sono parole che richiamano alla mente un altro celebre passaggio, il Mito della Caverna raccontato da Platone in una sua opera: il VII Libro della Repubblica. In esso il filosofo traccia un’allegoria della condizione umana, paragonandola a quella in cui si potrebbero trovare dei prigionieri incatenati fin dalla nascita in una grotta sotterranea, incapaci - a causa delle catene che impediscono loro qualsiasi movimento - di liberarsi ed emergere alla luce. Non potendo muovere la testa in nessuna direzione, questi prigionieri possono solo fissare davanti a sé il fondo della caverna, dove vedono muoversi le ombre proiettate dallo scorrimento di ogni sorta di oggetti dietro le proprie spalle. Abituati a ciò fin dalla nascita, e non avendo potuto sperimentare nulla di diverso, credono che le ombre siano degli oggetti e dei personaggi reali. Il buio in cui sono immersi, e la condizione di prigionia, impediscono loro di comprendere che la realtà non ha nulla a che fare con le ombre. Dovrebbero uscire dalla caverna per rendersi conto che la realtà è ben diversa da quella che hanno appreso fin dalla propria nascita.
Allo stesso modo, secondo il Corso noi non ci troviamo nella realtà ma in una dimensione d’ombra. Anche noi siamo “incatenati” fin dalla nascita in questa condizione, e anche noi non abbiamo idea alcuna del fatto che la realtà non abbia assolutamente nulla a che fare con quella che siamo abituati a definire “realtà”. Come i prigionieri descritti nel mito platonico, anche noi ci siamo adattati al nostro mondo di ombre, che abbiamo appreso con lezioni durissime. E continuiamo a rimanere aggrappati a questo mondo perché crediamo sia la realtà e non abbiamo idea di poter accedere ad un mondo diverso. Siamo ciechi che:
Definiscono così la loro vita e il luogo in cui vivono, adattandosi ad esso come pensano di dover fare, timorosi di perdere quel poco che hanno. (T-21.I.5:1)
Ma dopo questi sconfortanti paragrafi iniziali, la bellissima sezione del capitolo 21 ci propone un quadro completamente diverso, chiedendoci di vedere se affiora in noi un qualche ricordo di ciò che sta per raccontarci.
Ascolta, e cerca di pensare se ti ricordi di ciò di cui parleremo ora.
Oltre il corpo, oltre il sole e le stelle, oltre tutto ciò che vedi e ti è tuttavia in qualche modo familiare, c’è un arco di luce dorata che quando guardi si allunga diventando un grande cerchio splendente. E tutto il cerchio si riempie di luce davanti ai tuoi occhi. I confini del cerchio scompaiono e ciò che si trova in esso non è più contenuto. La luce si espande e ricopre ogni cosa, si estende all’infinito splendendo per sempre senza fratture o limiti in nessun luogo. In esso tutto è unito in perfetta continuità. E non si può immaginare che qualcosa possa esserne al di fuori, perché non c’è luogo in cui non ci sia questa luce. (T-21.I.5:5;8:1-6)

Anche questa è un’allegoria. Proprio come il mito raccontato da Platone descrive allegoricamente il buio in cui siamo immersi, così il cerchio di luce dorata illustrato dal Corso descrive allegoricamente la condizione dell’Uno, la Realtà da cui crediamo di essere inesorabilmente separati. Lo splendido cerchio di luce non può più essere visto nel buio della caverna, perché gli occhi dei ciechi non sono più capaci di vedere. Ma è un’esperienza che si può ricordare, se c’è la volontà di farlo. E il Corso ci insegna come si fa: attraverso quel procedimento interiore che definisce “perdono”. La premessa indispensabile è riconoscere di essere al buio, di non vedere, di essere incatenati fin dalla nascita in una condizione che ci impedisce di volgerci alla luce: questo è il primo passo del perdono. E poi è necessario avere la determinazione di vedere in un altro modo ricorrendo all’aiuto di una Presenza interiore incompatibile con il buio, e quindi in grado di farci uscire da esso: questo è il secondo passo.
E allora affiora alla nostra consapevolezza il ricordo di uno stato completamente diverso, uno stato che non è possibile vedere con gli occhi del corpo, che si sono abituati all’oscurità e la confondono con la luce, uno stato che si può ricordare solo con gli occhi interiori, gli occhi della mente. E questo stato - il ricordo della luce, la visione - è il terzo passo, ossia il dono di quella Presenza interiore incompatibile con il buio.
Aprire gli occhi ai ciechi è la missione dello Spirito Santo, perché Egli sa che non hanno perso la loro visione, ma semplicemente dormono. Egli li risveglierà dal sonno dell’oblio al ricordo di Dio. (T-12.VI.4:2-3)
Questo ricordo della Luce di Dio è dunque la visione di cui parla il Corso, a cui possono accedere quegli studenti che sono disposti – con i passi del perdono - a mettere in discussione le false immagini che il carceriere-ego mette continuamente di fronte ai loro occhi. E se saranno disposti a farlo, allora i prigionieri potranno fare esperienza del miracolo: ricorderanno la luce anche nel mondo dell’oscurità.
E adesso i ciechi possono vedere.... La cecità che hanno fatto non ostacolerà il ricordo di questo canto. E vedranno la visione del Figlio di Dio, ricordando di chi è che stanno cantando. Cos’è un miracolo se non questo ricordo? E chi c’è che non abbia questo ricordo dentro di sé? La luce in uno risveglia la luce in tutti. E quando la vedi in tuo fratello, stai ricordando per tutti. (T-21.I.10)

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