Obbligatorietà e libero arbitrio

Obbligatorietà e libero arbitrio 
di Patrizia Terreno

 

INTRODUZIONE AL TESTO

Come ben presto ogni studente di “Un corso in miracoli” viene a sapere, verso la fine di ottobre 1965 la scrivana del Course, dr Helen Schucman, cominciò a trascrivere gli appunti che la sua Voce Interiore le stava dettando. Il famoso episodio “Questo è un Corso in Miracoli, per favore prendi nota” che diede l’avvio alla monumentale impresa di Helen venne di fatto seguito dalla dettatura dei primi tre principi dei miracoli, e non – come gli studenti potrebbero erroneamente supporre – da quanto ora è pubblicato come Introduzione al Testo.

 

In altri termini la celebre frase con cui inizia l’Introduzione del Testo non venne seguita dallafrase “È un corso richiesto” e poi dal resto dell’Introduzione come ora leggiamo, ma dai primi tre principi dei miracoli che aprono il primo capitolo. 

Leggiamo ancora una volta le prime cinque frasi dell’attuale Introduzione: 

Questo è un corso in miracoli. È un corso richiesto. Solo il tempo che ti ci vuole per farlo è volontario. Libero arbitrio non significa che puoi stabilire il programma di studi. Significa solo che puoi scegliere cosa vuoi imparare in un determinato momento. 

Ma allora da dove provengono le frasi 2-5 e perché sono state poste là dove ora le troviamo? Se andiamo a pagina 219 di “Absence from felicity”, il libro che Kenneth Wapnick ha dedicato alla storia di Helen Schucman e della scrittura del Corso, sveliamo il mistero.

Dopo la dettatura del nono principio dei miracoli – leggiamo nel libro di Ken – gli appunti di Helen assunsero una dimensione più intima, come spesso accadde nei primi tempi della dettatura del Corso, ed Helen ad un certo punto scrisse: “Anyway presumably this course is an elective” (che potrei tradurre così: “In ogni caso presumibilmente questo corso è facoltativo”).

Per capire correttamente il significato di questa frase dobbiamo tenere a mente qualcosa che ho sentito dire da Ken nella sua Foundation a Roscoe, durante un seminario che ho frequentato là verso la fine degli anni ’90: la parola “elective”, cioè “facoltativo”, deve essere inserita nel contesto della terminologia accademica, dove significa – insieme alla sua controparte “required”, ossia “obbligatorio” – la natura dei corsi all’interno del programma di studi universitari. Come ogni studente sa ci sono corsi “facoltativi” e corsi “obbligatori”. Il non frequentare i corsi facoltativi non influenza il risultato finale del programma di studi, mentre il non superare i corsi obbligatori significa che non si può conseguire il diploma finale. 

Usando tale termine, dunque, Helen voleva dire che dopo tutto il corso che stava trascrivendo non era necessario per raggiungere un risultato spirituale come la Voce invece sembrava sostenere. Tuttavia la Voce pensava in modo diverso, e di fatto le rispose: “No it isn’t. It’s a definite requirement. Only the time you take is voluntary. Free will does not mean you establish the curriculum. It only means you elect what to take when”. (che potrei tradurre così: “No non lo è. È un requisito ben preciso. Solo il tempo che prendi è volontario. Libero arbitrio non significa che tu stabilisci il programma di studi. Significa solo che scegli cosa prendere quando”). 

Il lettore avrà notato l’uso del corsivo, che significa che Helen stava sentendo un’enfasi particolare in alcune delle parole che udiva. E avrà anche notato che le cinque frasi della risposta sono molto simili alle frasi 2-5 dell’Introduzione del Testo.

Con la sua risposta la Voce correggeva fermamente l’errata supposizione di Helen, spiegandole che il Corso non è solo importante, ma addirittura obbligatorio, e con questo voleva dire che non siamo liberi di stabilire da soli la natura del nostro viaggio spirituale. Il nostro libero arbitrio ha soltanto a che fare con l’uso che facciamo del tempo.

E subito dopo concluse: “It is crucial to say first that this is a required course” (mia traduzione: “è cruciale dire come prima cosa che questo è un corso obbligatorio”).

Ecco dunque da dove provengono le frasi dell’introduzione. Ma ecco anche perché esse sono state poste dove possiamo trovarle adesso: perché la Voce spiegò che l’informazione che il Corso è obbligatorio deve essere detta prima di qualunque altra cosa. Di conseguenza, tra l’originale battitura a macchina di Bill Thetford e la prima ri-battitura di Helen le cinque frasi che di fatto arrivarono dopo la dettatura del nono principio furono inserite in forma più semplificata in quella Introduzione in cui possiamo trovarle adesso, dalla frase 2 alla 5.

Tornando ora alla seconda frase, cioè a “È un corso richiesto”, notiamo che nella traduzione italiana non troviamo il termine “obbligatorio”, ma il termine “richiesto”. Perché? Perché la parola inglese “required” ha anche un altro significato, ossia che il Corso è arrivato perché è stato richiesto da Bill Thetford nel giugno 1965, quando egli concluse il suo famoso discorso ad Helen con le parole “There must be a better way”, “Ci deve essere un modo migliore”.

Il Corso rappresenta l’altro modo.

I traduttori italiani hanno correttamente trovato un termine che contiene entrambi i significati. Tuttavia lo studente italiano deve tenere a mente l’episodio riferito da Ken nella sua biografia di Helen, e ricordare che il significato primario del termine – proprio quel significato a causa del quale il concetto era stato dettato ad Helen – è “obbligatorio”, e questo significa che noi non siamo liberi di scegliere il nostro programma di studi.

E questo è l’argomento che vorrei approfondire ora.

 

UN PROGRAMMA DI STUDI OBBLIGATORIO

Per ripetere il concetto ancora una volta, abbiamo visto che l’Autore del Corso sostenne chiaramente che il programma di studi spirituale che stava dettando ad Helen non è soggetto al nostro libero arbitrio, e con ciò intendeva che noi non siamo liberi di stabilire da soli che cosa vogliamo apprendere.

Vediamo che ripeterà anche in seguito lo stesso concetto, nel Manuale per gli Insegnanti (M.2.3:6).

Tuttavia qui il concetto verrà definito in modo ancor più rigoroso: non solo non siamo liberi di scegliere il programma di studi, ma nemmeno la forma in cui lo impareremo. Qui il Corso si riferisce all’importante differenza fra forma e contenuto che un serio studente del Corso deve avere ben chiara in mente.

 

UN CONTENUTO OBBLIGATORIO

Cos’è il contenuto del programma di studi?

È il principio dell’Espiazione. È la correzione – attuata dallo Spirito Santo – dell’errore egoico della separazione, la sola risposta che lo Spirito Santo dà ai miliardi di vane domande che vengono poste dall’ego. Come il Corso afferma chiaramente questa correzione non è la nostra funzione, perché appartiene allo Spirito Santo (T.27.II.10:1-2). E non essendo la nostra funzione non possiamo stabilire da soli che cosa sia e come attuarla. La nostra unica responsabilità è accettarla (T.2.V.5:1)

In altri termini il contenuto che dobbiamo imparare è la correzione della nostra errata credenza di essere degli ego – o addirittura dei corpi – quando in realtà siamo ancora come Dio ci ha creato, siamo per sempre Suo Figlio e nulla può cambiare questa unica Realtà e Verità. Come abbiamo visto nelle nostre due citazioni (T.in.1:2 e M.2.3:6) questa correzione è obbligatoria, non facoltativa. In un modo o nell’altro, in una forma o nell’altra, prima o poi, ognuno di noi con i suoi propri tempi, tutti dobbiamo accettare e pertanto sperimentare attraverso il processo del perdono il riflesso dell’unica Verità universale, cioè che la nostra Identità di Figlio di Dio è rimasta immutata.

Ma questo significa forse che tutti dobbiamo studiare Un corso in miracoli? Certamente no! Nel Manuale per gli Insegnanti l’Autore spiega che questo Corso è solo una delle tante migliaia di forme possibili del corso universale dell’Espiazione (M.1.4:1-2)

Ancora una volta, non è questa particolare forma del corso universale ad essere obbligatoria per ognuno di noi, ma il contenuto dell’Espiazione che sottende qualunque spiritualità autentica e che può essere insegnato in migliaia di forme. Tuttavia – come la Voce spiegò ulteriormente in un messaggio privato ad Helen ora inserito nel Testo come sezione T.18.VII – nel caso in cui crediamo che questo sia il nostro percorso spirituale allora non facciamo uso di questo Corso se insistiamo nell’usare dei mezzi che sono serviti bene ad altri, trascurando ciò che è stato fatto per noi (#6:5). Ed in un altro messaggio privato ad Helen ora riportato da Ken nel suo “Absence from felicity”, a pag 250, la dolce Voce interiore totalmente priva di giudizio disse: “Don’t take another path as your own, but neither should you judge it” (mia traduzione: “Non prendere come tuo un altro cammino, tuttavia non dovresti nemmeno giudicarlo”)

In sostanza, e per ripetere il tutto ancora una volta, è il contenuto ad essere obbligatorio, e questo contenuto può essere insegnato in migliaia di forme diverse. Ognuno di noi ha la sua forma particolare, e non fa buon uso della forma che gli appartiene se usa forme o mezzi diversi. Tuttavia non deve giudicare le forme degli altri solo perché sembrano diverse da quelle che sta usando con successo.

Il contenuto del programma di studi infine non deve essere imparato solo intellettualmente, ma deve anche essere sperimentato. Questo viene spiegato nella “Chiarificazione dei termini”, dove viene ricordata ancora una volta la necessità di questa esperienza universale, o contenuto del nostro programma di studi:

“…un’esperienza universale (cioè il contenuto correttivo della nostra esperienza) non è solamente possibile, ma necessaria. Ed il corso è diretto verso questa esperienza” (C.In.2:5-6)

 

UNA FORMA OBBLIGATORIA

Fin qui abbiamo parlato dell’obbligatorietà del contenuto. Ma che dire a proposito della forma? Abbiamo appena detto che ci sono migliaia di forme, e tutte valide. Eppure – come abbiamo letto in M.2.3:6- il Corso specifica che non siamo liberi di scegliere nemmeno la forma.

Per poter approfondire questo punto, dobbiamo prima di tutto ricordare che cosa sia la forma in Un corso in miracoli.

La forma è il modo in cui il nostro cervello traduce in concetti specifici il contenuto astratto della mente. La forma è stata fatta dall’ego ma viene tradotta o reinterpretata dallo Spirito Santo: l’interpretazione egoica rinforza la separazione, mentre l’interpretazione dello Spirito Santo disfa la separazione. Possiamo quindi dire che se le forme sono le situazioni o gli eventi specifici della nostra vita che sono stati fatti dall’ego, noi possiamo percepire tali eventi in modo diverso, non più attraverso gli occhi dell’ego ma attraverso la visione interiore di perdono fornita dallo Spirito Santo. Grazie a tale mutamento di percezione quindi la forma – pur essendo stata fatta dall’ego – può divenire il modo in cui il nostro cervello traduce in pensieri specifici il principio universale astratto di correzione che il Corso definisce “Espiazione”, e che si trova all’interno della nostra mente. Considerando che ora noi siamo arrivati al punto che pensiamo di pensare attraverso concetti specifici, è proprio attraverso tali concetti specifici che il contenuto astratto ed universale del principio correttivo dell’Espiazione viene percepito e sperimentato da ognuno di noi.

Torniamo ora alla frase della seconda sezione del Manuale (M.2.3:6), dove – come abbiamo visto prima – anche la forma in cui impariamo il nostro piano di studi non è libera e quindi non possiamo sceglierla.

Questo ci sembra proprio strano, perché la nostra esperienza è diversa. La nostra esperienza è che noi scegliamo gli eventi della nostra vita. Forse non sempre, ma certo molto, molto spesso. E allora perché il Manuale sostiene il contrario?

La risposta sta nello straordinario quadro metafisico che il Corso delinea e senza il quale non possiamo veramente comprendere che cosa il Corso stesso dice. Non siamo liberi di scegliere le forme perché esse sono già state scelte dall’ego in quell’istante fatale ma inesistente, terribile ma ridicolo, in cui la minuscola folle idea di separazione sembrò sorgere dal nulla e sembrò frantumarsi in miliardi e miliardi di forme diverse. Ed in quello stesso istante mai esistito ed inesistente in cui l’ego sembrò pensarla, la minuscola folle idea di separazione ed i suoi miliardi di forme vennero istantaneamente tradotte in una manifestazione del principio di Espiazione dallo Spirito Santo.

E pertanto scomparvero nel nulla da cui erano sembrate provenire.

Quindi noi non stiamo effettivamente vivendo la nostra vita e scegliendo il nostro futuro, come i nostri sensi allucinati ci fanno credere. Stiamo semplicemente vedendo dentro la nostra mente qualcosa che è completamente scomparso e pur tuttavia sembra avvenire qui ed ora.

Il quadro stupefacente che il Corso delinea per noi è che quanto noi chiamiamo “vita” è completamente finito, e non possiamo realmente influenzarlo, se non attraverso la nostra sola decisione di scegliere una diversa interpretazione di esso. Se noi mutiamo la nostra percezione di ciò che avviene nel qui ed ora di quell’esperienza mentale che siamo abituati a chiamare “vita”, se in sostanza passiamo dalla versione egoica alla versione spirituale della nostra esperienza mentale, allora sembrerà che stiamo cambiando il nostro futuro. Tuttavia non stiamo effettivamente cambiandolo. Noi ne cambiamo semplicemente l’interpretazione, e facendolo ci “imbarchiamo” semplicemente in un diverso sviluppo o risultato di ciò che è già avvenuto, scelto e completamente scomparso (L.pI.158.3).

La nostra sola libertà è la scelta dell’interpretazione, e non la scelta della forma.

Tuttavia, se in quel fatale ma inesistente istante le forme sono state fatte dal nostro ego, non ne consegue che in un modo o nell’altro siamo stati proprio noi – ossia coloro che hanno fatto l’ego – a farle?

Perché il Corso sembra dire il contrario?

O, per porre in termini diversi la stessa domanda, se il Corso presume che non siamo noi a scegliere le forme specifiche della nostra vita – che cosa effettivamente facciamo? E a questo punto, per essere ancora più espliciti, che cosa effettivamente siamo?

 

IL NOSTRO LIBERO ARBITRIO

La risposta del Corso è ancora una volta che noi non siamo dei corpi. Non siamo degli ego. Noi siamo la mente. Ed in quanto mente la nostra funzione reale è compiere la decisione, perché la mente è il meccanismo della decisione (T.12.III.9:10)

La decisione. Non le decisioni.

Pertanto ciò che facciamo effettivamente è compiere l’unica scelta che esiste, ossia scegliere se vogliamo accettare come nostro insegnante l’ego o lo Spirito Santo. Che è la scelta di cosa vogliamo credere.

In breve quello che siamo – ricorrendo alla brillante definizione di Kenneth Wapnick – è il “Decision maker”, cioè la parte decisionale della mente. Come il Corso ripete in continuazione noi non siamo l’ego. Lo abbiamo fatto, ma siamo qualcos’altro. Ed è questa la ragione per cui noi non scegliamo il contenuto del programma di studi (che è già stato scelto per noi dallo Spirito Santo), esattamente come non ne scegliamo le forme (che sono state fatte dall’ego e le cui percezioni sono state corrette dallo Spirito Santo). Noi scegliamo semplicemente quale delle due versioni vogliamo accettare e rendere reale: la versione egoica di separazione ed attacco, o la versione spirituale di Espiazione e perdono. Questo è il vero significato del concetto di “scelta” nel Corso, e questo è il solo modo in cui – in base al Corso – possiamo esercitare il nostro libero arbitrio.

Per amore di chiarezza devo aggiungere che quando usiamo l’espressione “libero arbitrio” di solito intendiamo qualcosa di completamente diverso, ossia la nostra ordinaria libertà di scelta fra i molti concetti od eventi specifici della nostra vita. Per esempio noi crediamo che il libero arbitrio sia la scelta di andare o non andare in un certo luogo, o di fare o non fare una determinata azione.

Al contrario, nel Corso il libero arbitrio non ha assolutamente nulla a che fare con le sceltespecifiche. È la semplice scelta fra quale insegnante vogliamo seguire, da quale vogliamo imparare. Ed ovviamente ce ne sono soltanto due: l’ego e lo Spirito Santo. (T.14.III.4)

È attraverso le cose specifiche che compiamo una scelta del genere, perché ormai noi pensiamo di pensare attraverso i concetti specifici, tuttavia la scelta è al di là di tali specificità (L.pI.161.2-3)

Possiamo dire che in ogni specifico evento fatto dall’ego possiamo compiere l’unica scelta di interpretazione che è obbligatoria per noi e che ci rende realmente liberi: la scelta di ascoltare lo Spirito Santo invece dell’ego. Ed una scelta del genere è veramente libera. Nessuno, in questa dimensione illusoria, può spingerci a compiere una scelta che noi non vogliamo compiere.

È questa la nostra esperienza quotidiana in questo mondo? Certamente no. Noi crediamo di essere dei corpi individuali che pensano attraverso le loro menti individuali e compiono milioni di scelte specifiche individuali. Tuttavia il Corso ripete chiaramente più e più volte che ci troviamo in uno stato mentale allucinato. E ci allena a compiere un’esperienza totalmente diversa. “Io ti conduco verso un nuovo tipo di esperienza che tu sarai sempre meno disposto a negare” (T.11.VI.3:6).

Ci conduce a compiere l’esperienza di quanto definisce “mente”, che non ha assolutamente nulla a che fare con quanto noi normalmente chiamiamo “mente”.

E giorno dopo giorno, istante dopo istante, scelta dopo scelta, pensiero specifico dopo pensiero specifico, impariamo a generalizzare il contenuto dell’unica lezione che esiste – l’Espiazione – attraverso quelle che sembrano essere le quasi infinite forme delle nostre esperienze quotidiane, che il nostro ego – non noi – ha fatto.

Bene. Cerchiamo di riassumere quanto detto fin qui.

Un corso in miracoli è l’unica forma spirituale? No. Ci sono migliaia di forme.

E dipende da me scegliere se questa è la forma giusta per me? Ancora una volta no. Questo è già stato scelto per me in quel fatale, mai esistito, antichissimo istante che continuo a rivivere come se stesse avvenendo ora. Tuttavia c’è stato un momento, in quello stato mentale che sono abituata a definire “vita”, in cui io – cioè la parte decisionale della mia mente – ho compiuto la scelta di aprire la mente alla felice Risposta che è sempre stata lì. Ed in questo illusorio mondo di forma la Risposta ha preso la forma poetica e dolce di questo libro che ho apparentemente incontrato “per caso”. “Il tempo è un trucco, un gioco di prestigio, una vasta illusione in cui personaggi vanno e vengono come per magia” (L.pI.158.4:1).

Io – la parte decisionale della mente – sono colui o colei che ha l’opportunità di compiere ripetutamente un’unica scelta: se ascoltare l’ego o lo Spirito Santo in quella che sperimento come la mia mente. E c’è speranza che compia sempre di più la scelta corretta di percepire quello che sembra accadermi nel qui ed ora attraverso gli occhi pieni d’Amore del perdono.

 

SOLO IL TEMPO CHE PRENDI (=CHE TI CI VUOLE PER FARLO) È VOLONTARIO

Passiamo ora al fondamentale argomento del tempo, che è collegato – come abbiamo visto nell’introduzione al Testo – all’argomento del libero arbitrio.

L’ultima domanda rimasta è: quando scegliamo di generalizzare l’unica lezione obbligatoria di Espiazione attraverso le molte forme obbligate che ne costituiscono il programma di studi?

Questo dipende proprio da noi. Questo è il nostro libero arbitrio, ed è totalmente libero. Nessuno – nemmeno Gesù o lo Spirito Santo, come il Corso evidenzia – può imporci una scelta del genere (T.2.VII.1:4-6). Nell’ultima poetica sezione del Testo la dolce voce di Gesù può solo ricordarci che “In ogni difficoltà, in ogni angustia, ed in ogni perplessità, Cristo ti chiama e ti dice dolcemente: Fratello mio, scegli di nuovo” (T.31.VIII.3:2).

Dunque ogni evento della nostra vita è per noi un’opportunità per scegliere di esercitare il nostro libero arbitrio e scegliere di udire la Voce dello Spirito Santo invece della voce dell’ego.

E ogniqualvolta compiamo la scelta, la scelta è già fatta e noi la sperimentiamo. Possiamo quindi dire che il nostro libero arbitrio si identifica con il tempo in cui decidiamo di accettare l’obbligatorio programma di studi dell’Espiazione attraverso le sue molte forme obbligate.

E ritornando ora all’Introduzione del Testo da cui siamo partiti, “solo il tempo che prendi (= ti ci vuole per farlo) è volontario. Libero arbitrio non significa che puoi stabilire il programma di studi. Significa solo che puoi scegliere cosa vuoi imparare in un determinato momento”.

Possiamo quindi concludere dicendo che il nostro libero arbitrio è l’uso che facciamo del tempo.

 

LA NATURA ILLUSORIA DEL NOSTRO LIBERO ARBITRIO

Finiamo ora questo breve articolo uscendo dal secondo livello di comprensione del Corso, e ritornando alla natura non dualistica del primo livello.

Noi siamo già stati salvati: questo è il meraviglioso messaggio di speranza che il Corso ci dà. Siamo già stati salvati perché nulla può opporsi alla Volontà di Dio. Quindi anche il nostro libero arbitrio – l’unica libertà che ci è rimasta all’interno del mondo illusorio, e l’unica scelta che ci viene richiesto di compiere all’interno dell’illusione (T.12.VII.9:1) – è parte della stessa illusione.

È una specie di paradosso: ci viene richiesto di compiere una scelta che ci porterà a renderci conto che non è richiesta nessuna scelta. Proprio come il perdono è quel processo che disfa ciò che non è mai avvenuto o quell’illusione che disfa le illusioni.

Così abbiamo bisogno di praticare il nostro libero arbitrio accettando l’Espiazione per noi stessi (e questo non è facoltativo, ma obbligatorio) attraverso la pratica del processo del perdono in tutte le forme obbligate della nostra vita, al solo scopo di renderci conto – ma soltanto quando il perdono sarà completato – che la nostra sola Volontà è parte della Volontà di Dio, e lo stesso concetto di scelta non era altro che un sogno.

 

Torino, gennaio 2010
Dr Patrizia Terreno 335 6546682
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